Fame emotiva e vergogna del corpo: perché l’estate può riaprire ferite antiche
Jun 21, 2026
di Giorgio Serafini Prosperi
Foto: Yara Amaral
L’estate non è difficile perché il corpo si vede di più. È difficile perché diventano più visibili le storie che ci raccontiamo da sempre su di lui.
Quando il corpo torna al centro della scena
L’estate arriva ogni anno con la sua promessa di leggerezza. Le giornate si allungano, le vacanze si avvicinano, i vestiti si fanno più leggeri. Eppure, per molte persone, questo periodo dell’anno non porta soltanto libertà.
Porta anche disagio.
Un disagio sottile, a volte difficile da nominare. Quello che compare quando ci guardiamo allo specchio, quando indossiamo un costume, quando ci confrontiamo con le immagini che scorrono sui social o con i corpi che incontriamo in spiaggia.
Molte persone che durante l’anno convivono con una relativa tranquillità rispetto al proprio aspetto si accorgono che, con l’arrivo dell’estate, tornano pensieri legati all’immagine corporea, alla paura del giudizio e alla difficoltà di accettare il proprio corpo.
Spesso pensiamo che il problema sia il nostro corpo. Ma raramente è davvero così.
Il problema, molto più spesso, è la storia che abbiamo imparato a raccontarci su di lui.
Il corpo come luogo della vergogna
Nessuno nasce vergognandosi del proprio corpo.
La vergogna si impara. Si impara attraverso gli sguardi, i confronti, le prese in giro, i commenti ricevuti in famiglia, a scuola o nelle relazioni. Si impara ogni volta che ci viene trasmesso, in modo esplicito o implicito, che il nostro valore dipende dal nostro aspetto.
Con il tempo queste esperienze smettono di sembrare voci esterne e diventano la nostra voce interiore.
Così, anche quando nessuno ci sta giudicando, continuiamo a sentirci giudicati.
La vergogna ha una caratteristica particolare: non ci dice semplicemente che abbiamo un problema. Ci convince di essere il problema.
Ed è qui che il rapporto con il corpo può trasformarsi in una guerra quotidiana.
Una guerra combattuta davanti allo specchio, davanti all’armadio, davanti alla bilancia. Una guerra che spesso dura da anni e che assorbe una quantità enorme di energia emotiva.
Come ho raccontato nell’articolo Fame emotiva: perché sentirsi giudicati rende più difficile cambiare, sentirsi osservati e valutati attiva facilmente vergogna, difesa e autocritica. E quando ci sentiamo giudicati, cambiare diventa più difficile, non più facile.
L’estate non crea queste paure.
Le rende semplicemente più visibili.
Le ferite antiche che si riattivano
Quando una persona soffre guardandosi allo specchio, raramente sta reagendo soltanto a ciò che vede.
Molto più spesso sta reagendo a ciò che quello specchio rappresenta.
Il bisogno di essere accettata. La paura di essere esclusa. Il timore di non essere abbastanza.
Per questo il lavoro sul corpo non può limitarsi al corpo.
Deve includere anche le ferite emotive che quel corpo porta con sé.
Ne ho parlato nell’articolo Fame emotiva e bambino interiore: come costruire un adulto accudente dentro di sé.
Dentro molti di noi esiste ancora una parte vulnerabile che continua a chiedersi se è abbastanza, se merita amore, se può essere accolta così com’è.
Quando il corpo diventa visibile, queste domande tornano facilmente a galla.
Non perché siamo fragili.
Ma perché siamo umani.
Quando il cibo diventa un rifugio
La vergogna è una delle emozioni più difficili da sostenere.
Per questo il nostro sistema nervoso cerca spesso modi rapidi per allontanarla.
Per alcune persone il rifugio è il controllo. Per altre il perfezionismo. Per altre ancora l’isolamento.
Per molte, è il cibo.
Non perché manchi la forza di volontà.
Non perché si sia deboli.
Ma perché il cibo può offrire, almeno per qualche minuto, conforto, distrazione e sollievo.
È il motivo per cui molte abbuffate non iniziano con la fame.
Iniziano con una ferita emotiva.
Come ho approfondito nell’articolo Quando il trauma si siede a tavola con noi: perché il cibo diventa un sedativo emotivo, il cibo può trasformarsi in una strategia di regolazione del dolore quando non disponiamo di altri strumenti per prendercene cura.
Il problema è che il sollievo dura poco.
E spesso lascia dietro di sé ancora più vergogna, senso di colpa e autocritica.
Il difficile permesso di sentire
C’è un altro elemento che compare molto spesso nelle storie delle persone che lottano con la fame emotiva.
La difficoltà a riconoscere ciò che provano.
Per anni hanno imparato a trattenere, minimizzare, censurare emozioni considerate scomode. Tristezza, rabbia, paura, vulnerabilità.
Ma le emozioni che non ci permettiamo di sentire non scompaiono.
Cercano altre strade.
Nell’articolo Alessitimia e disturbi alimentari: quando non sentire fa male anche a tavola ho raccontato come la difficoltà a riconoscere e nominare le emozioni possa influenzare profondamente il rapporto con il cibo.
Se non riesco a riconoscere la vergogna, la solitudine o il dolore che sto vivendo, sarà molto più difficile prendermene cura.
E sarà molto più facile cercare sollievo altrove.
Spesso nel cibo.
Per questo il cambiamento non passa soltanto dal modificare il comportamento alimentare.
Passa dal recuperare la capacità di stare in relazione con ciò che sentiamo.
Fare pace con il corpo non significa amarlo sempre
Esiste un equivoco molto diffuso: l’idea che guarire il rapporto con il proprio corpo significhi imparare ad amarlo ogni giorno.
Non credo sia così.
Ci saranno giorni in cui ci piaceremo di più e giorni in cui ci piaceremo di meno. Fa parte dell’esperienza umana.
Fare pace con il corpo significa qualcosa di diverso. Significa smettere di considerarlo un nemico. Significa smettere di usarlo come misura del proprio valore. Significa riconoscere che la nostra dignità non dipende dalla forma che il nostro corpo assume in un determinato momento della vita.
La Mindfulness e la Self-compassion non ci promettono un corpo diverso. Ci offrono la possibilità di sviluppare uno sguardo diverso. Un modo diverso di abitare noi stessi.
Forse l’estate non ci chiede di amare ogni centimetro del nostro corpo.
Forse ci chiede qualcosa di più semplice e più profondo: smettere di considerarci un problema da risolvere.
E iniziare, poco alla volta, a trattarci come qualcuno che merita rispetto, cura e appartenenza già adesso, così com’è.
Riferimenti
Brown, B. (2006). Shame Resilience Theory: A Grounded Theory Study on Women and Shame. Families in Society.
Cash, T. F. (2004). Body Image: Past, Present, and Future. Body Image.
Gilbert, P. (2009). The Compassionate Mind. Constable.
Neff, K. D. (2003). Self-Compassion: An Alternative Conceptualization of a Healthy Attitude Toward Oneself. Self and Identity.
Puhl, R. M., & Heuer, C. A. (2009). The Stigma of Obesity: A Review and Update. Obesity.
Webb, J. (2012). Running on Empty: Overcome Your Childhood Emotional Neglect. Morgan James Publishing.