Fame emotiva e stanchezza: quando quello che cerchi non è cibo ma tregua
Jul 05, 2026
di Giorgio Serafini Prosperi
Foto: Eric Ward
La casa è finalmente silenziosa.
Hai finito quello che dovevi fare. O almeno quello che era possibile fare oggi. Le mail possono aspettare domani. I problemi non si risolveranno nelle prossime due ore. Le persone che hanno avuto bisogno di te, almeno per questa sera, sembrano al sicuro.
Ti siedi.
Un'inquietudine sottile
E invece di provare sollievo senti comparire qualcosa che fatichi a definire.
Non è necessariamente ansia. Non è nemmeno tristezza. Assomiglia piuttosto a una sensazione di sospensione, come se, venute meno tutte le cose da fare, rimanessi improvvisamente da solo con te stesso.
A quel punto il pensiero del cibo arriva quasi naturalmente. A volte si presenta come il desiderio di qualcosa di dolce. Altre volte come la voglia di aprire il frigorifero e cercare qualcosa da sgranocchiare. In certi casi basta anche solo l'idea di mangiare per produrre un immediato senso di sollievo.
Per anni ho creduto che quel momento avesse a che fare con il cibo.
Oggi penso che molto più spesso abbia a che fare con la tregua.
Non una tregua dal lavoro o dagli impegni. Una tregua da noi stessi. Dalla continua sensazione di dover essere presenti, disponibili, all'altezza. Dalla fatica di tenere tutto insieme senza concederci mai davvero il lusso di abbassare la guardia.
Quando finalmente non c'è più niente da fare
Uno degli equivoci più comuni sulla fame emotiva è immaginare che nasca soltanto da emozioni intense. Pensiamo alla rabbia, alla tristezza, alla solitudine o alla paura. Certamente può accadere.
Esiste però una forma di mangiare senza fame molto più silenziosa e difficile da riconoscere. Nasce dall'accumulo. Dalle giornate trascorse a essere presenti per tutti, dal continuo adattarsi alle richieste della vita, dall'abitudine a rimandare i propri bisogni perché c'è sempre qualcosa di più urgente da fare.
A forza di vivere così, può accadere qualcosa di curioso. Ci abituiamo talmente tanto a funzionare da perdere familiarità con il riposo. Non smettiamo di fermarci perché non ne abbiamo bisogno. Smettiamo di fermarci perché non ci sentiamo più autorizzati a farlo.
In Fame emotiva: perché il cibo non è il problema ma la soluzione ho scritto che il cibo raramente rappresenta il vero problema. Più spesso è il tentativo, imperfetto ma comprensibile, di risolvere qualcosa che ci fa soffrire.
Quando apriamo il frigorifero senza avere davvero fame, forse vale la pena chiederci non cosa stiamo mangiando, ma che cosa stiamo cercando.
Il cibo che ci aiuta a continuare
Per molto tempo ho pensato che il cibo servisse soprattutto a calmare.
Oggi credo che questa sia solo una parte della storia.
Il cibo consola, certo. Può addolcire una delusione, attenuare la noia, offrirci una sensazione temporanea di conforto. Ma spesso svolge anche un'altra funzione, meno evidente e forse ancora più importante.
Ci aiuta a continuare.
Quando siamo esausti, frustrati o svuotati, può regalarci qualche minuto di sollievo. Ma può anche offrirci qualcosa che ci sembra indispensabile: l'energia emotiva necessaria per rimetterci in marcia.
In questo senso non è soltanto una pausa.
Diventa un carburante.
Un modo per continuare a sostenere una vita che sentiamo di non poter rallentare.
Ed è qui che molte strategie basate esclusivamente sul controllo finiscono per fallire. Se il cibo sta svolgendo una funzione così importante, eliminarlo senza comprendere il bisogno che sta cercando di soddisfare significa lasciare scoperta una ferita.
Per questo la domanda più interessante non è: "Come faccio a smettere di mangiare?"
La domanda è: "Che cosa sto cercando di sostenere attraverso il cibo?"
Chi si prende cura di chi si prende cura di tutti?
Nel mio lavoro incontro spesso persone straordinariamente capaci di prendersi cura degli altri.
Persone generose, sensibili, affidabili. Persone che hanno imparato molto presto a essere forti e che raramente chiedono aiuto.
Dietro questa competenza, però, a volte si nasconde una difficoltà più profonda: riconoscere quando avrebbero bisogno di essere accudite a loro volta.
È il tema che ho approfondito in Fame emotiva e bambino interiore: come costruire un adulto accudente dentro di sé.
Chi è stato abituato a cavarsela da solo sviluppa una grande autonomia. Ma l'autonomia non cancella il bisogno di conforto, di ascolto e di vicinanza. Lo rende semplicemente meno visibile.
Con il tempo impariamo a essere efficienti, affidabili, competenti. Impariamo a fare ciò che va fatto. Ma non sempre impariamo a riconoscere la nostra vulnerabilità.
Eppure quella parte di noi continua a esistere.
Quando non trova spazio nella relazione con noi stessi, cerca altre strade. Talvolta il cibo è una di queste. Non perché siamo deboli o incapaci di controllarci, ma perché stiamo cercando qualcosa che va ben oltre il nutrimento.
Stiamo cercando conforto.
Stiamo cercando protezione.
Stiamo cercando un posto in cui riposare per qualche istante il peso che portiamo sulle spalle.
Quando il sistema nervoso chiede una pausa
Le neuroscienze ci aiutano a comprendere meglio questo fenomeno.
Bruce McEwen, uno dei più importanti studiosi dello stress cronico, ha introdotto il concetto di carico allostatico per descrivere il prezzo che l'organismo paga quando è costretto a rimanere troppo a lungo in stato di adattamento.
Detto in parole semplici, il nostro sistema nervoso può affrontare moltissime sfide. Ma non è stato progettato per vivere costantemente in allerta.
Quando la pressione si prolunga per settimane, mesi o anni, il corpo comincia naturalmente a cercare forme di recupero e compensazione. Alcune strategie sono salutari e rigeneranti; altre diventano automatiche e finiscono per allontanarci dai bisogni che cercano di soddisfare.
La fame emotiva, il mangiare per stress e alcune forme di abbuffate emotive appartengono spesso a queste strategie di compensazione.
Questo non significa che siano utili o salutari. Significa però che hanno una logica. Una logica che merita di essere compresa anziché di essere combattuta. Anche perché se la combattiamo, la rafforziamo.
Dietro quel comportamento c'è quasi sempre un tentativo di autoregolazione emotiva.
Non necessariamente efficace.
Ma profondamente umano.
La gentilezza che cambia le cose
In Fame emotiva e Self-Compassion: perché smettere di combatterti è il vero inizio del cambiamento ho raccontato come la trasformazione raramente nasca dall'autocritica e molto più spesso dalla capacità di guardarci con occhi diversi.
Per molto tempo ho pensato che il cambiamento dipendesse dalla capacità di essere più severo con me stesso. Credevo che avrei risolto il problema diventando più disciplinato, più forte, più determinato.
L'esperienza mi ha insegnato qualcosa di diverso.
Le trasformazioni più profonde non sono cominciate quando mi sono giudicato di più. Sono cominciate quando ho iniziato a comprendermi meglio.
È il motivo per cui la Self-Compassion occupa un posto così importante nel percorso di liberazione dalla fame emotiva.
Essere gentili con se stessi non significa giustificare qualsiasi comportamento. Significa creare le condizioni perché il cambiamento possa avvenire senza essere continuamente ostacolato dalla vergogna, dal senso di colpa e dall'autocritica.
È una dinamica che ritroviamo anche in Come vincere le abbuffate con la gentilezza, dove esploro il paradosso per cui combattere un comportamento spesso finisce per rafforzarlo.
La vergogna promette cambiamento, ma quasi sempre produce altra sofferenza; la comprensione, invece, apre uno spazio in cui qualcosa di nuovo può finalmente emergere.
Imparare a vivere la vita tra un pasto e l'altro
Anni fa il mio mentore mi disse una frase che non ho più dimenticato:
"Il difficile non è rimettere in ordine la propria alimentazione, bensì imparare a vivere la vita tra un pasto e l'altro."
All'epoca pensavo che la parte più importante riguardasse il cibo.
Oggi so che stava parlando di mettere al primo posto la vita.
Di quella parte dell'esistenza che emerge quando non possiamo più distrarci. Di ciò che resta quando si abbassa il rumore di fondo. Della capacità di stare accanto a noi stessi senza fuggire immediatamente verso qualcosa che ci consoli.
Forse è per questo che la domanda più importante non è: "Come faccio a smettere di mangiare?"
La domanda può essere un'altra.
Come faccio a restare nella mia vita quando sono stanco, deluso, vulnerabile o spaventato?
Come faccio a concedermi una pausa prima che sia il cibo a chiedermela al posto mio?
Forse il percorso di guarigione dalla fame emotiva comincia proprio qui. Non quando impariamo a resistere di più, ma quando iniziamo a comprendere meglio ciò che stiamo cercando.
Perché a volte quello che cerchiamo non è cibo.
È una tregua.
E la tregua che continuiamo a cercare nel frigorifero potrebbe essere la stessa che, da qualche parte dentro di noi, aspetta semplicemente di essere riconosciuta e attuata.
Riferimenti
Adam TC, Epel ES. Stress, Eating and the Reward System. Physiology & Behavior. 2007;91(4):449-458.
McEwen BS. Protective and Damaging Effects of Stress Mediators. New England Journal of Medicine. 1998;338(3):171-179.
McEwen BS, Akil H. Revisiting the Stress Concept: Implications for Affective Disorders. Biological Psychiatry. 2020;87(1):14-21.
Neff KD. Self-Compassion: The Proven Power of Being Kind to Yourself. William Morrow, 2011.
Porges SW. The Polyvagal Theory. W.W. Norton, 2011.
Serafini Prosperi G. La vita tra un pasto e l'altro. I 12 pilastri per uscire dalla prigione della fame emotiva e assaporare la gioia di vivere. Sonzogno.