Accedi

Quando il trauma si siede a tavola con noi: perché il cibo diventa un sedativo emotivo

cause e rimedi fame emotiva giorgio serafini prosperi Nov 30, 2025

Non mangiamo per golosità. Spesso mangiamo per sopravvivere a ferite che non hanno ancora trovato voce.

Quando la fame non parla di cibo

Ci sono momenti in cui il bisogno di mangiare arriva come un’onda improvvisa: non è collegato all’appetito, né al gusto, né alla vera fame. È un impulso rapido, urgente, che chiede una sola cosa: sollievo.

Con il tempo, molte persone scoprono che questo impulso non nasce “dal nulla”, ma da qualcosa di più antico: una ferita che non è mai stata ascoltata fino in fondo. Non è sempre un trauma eclatante, non è necessariamente un incidente, una perdita improvvisa o un abuso. A volte è un’assenza, una trascuratezza emotiva, una solitudine costante. Un dolore che sedimenta, giorno dopo giorno.

La fame emotiva spesso inizia lì: come tentativo di trovare pace quando la vita non ne offre abbastanza.

I traumi che non fanno rumore

Quando pensiamo al trauma, immaginiamo eventi estremi. Ma nella realtà clinica — e nel vissuto di tante persone in Breaters — il trauma è spesso una frattura lenta, invisibile.

È crescere senza sentirsi davvero visti.
È imparare presto che le emozioni “disturbano”.
È essere bambini che non trovano un adulto capace di contenere la loro paura o la loro tristezza.
È vivere anni in cui nessuno ci spiega che non c’è niente di sbagliato nel sentire troppo.

Questi traumi sottili modellano il sistema nervoso. Creano fragilità nella regolazione emotiva. E quando la vita adulta chiede stabilità, il corpo risponde con ciò che conosce: difesa, chiusura, compensazione.

In Cibo ed emozioni: gustiamo realmente ciò che mangiamo? affrontiamo proprio questo punto: cosa succede quando il cibo diventa un linguaggio emotivo.

Il corpo non dimentica

Le neuroscienze hanno ormai chiarito che il trauma non “passa” semplicemente. Lascia tracce fisiologiche: cambia la reattività del sistema nervoso, la soglia di allarme, il modo in cui il corpo interpreta ciò che accade.

Come ha mostrato Bessel van der Kolk nei suoi studi sul trauma, il corpo continua a rispondere a vecchie minacce come se fossero presenti, anche dopo anni. La mente dice “non è niente”, ma il corpo dice “allerta”.

Allan Schore, studiando la memoria implicita, ha spiegato perché reagiamo in modo intenso anche a stimoli piccoli: non è esagerazione, è associazione. Il corpo confonde il presente con il passato.

E lì entra in gioco il cibo: come calmante, come anestetico, come scorciatoia.

Perché è il cibo a fare da sedativo

Nei momenti di iperattivazione — tensione, paura, senso di vuoto — il sistema di ricompensa cerca qualcosa che abbassi l’intensità interna. Il cibo dolce o ricco attiva circuiti dopaminici che, anche se per poco, portano tranquillità.

Come approfondiamo in Perché sotto stress preferiamo i cibi dolci, questa risposta è una strategia di autoregolazione, non una debolezza.

Studi sul comportamento alimentare mostrano che chi ha vissuto stress cronico o ferite emotive ricorre più facilmente al cibo come antidoto alla tensione. Il corpo ha imparato che “funziona”. E ogni volta che funziona si rafforza una via neurale, fino a diventare automatismo.

Non è una scelta consapevole.
Non è mancanza di volontà.
È il corpo che cerca sicurezza — nel modo più rapido che conosce.



Non è golosità. È sopravvivenza.

Questa distinzione è fondamentale.
Troppo spesso chi vive la fame emotiva si colpevolizza: “Non ho disciplina, sono senza controllo”.

Ma non è così.

Jaak Panksepp, uno dei massimi studiosi dei sistemi emotivi di base, ha dimostrato che quando il cervello è in stato di allarme, cerca conforto immediato. E il cibo è un regolatore potentissimo: abbassa lo stress, attiva sensazioni piacevoli, riduce la percezione del dolore emotivo.

Il cibo diventa una stampella.
E una stampella non è un errore: è un tentativo di stare in piedi quando tutto barcolla.

Quando il trauma si riaccende nel presente

Una parola detta male.
Una giornata difficile.
Un senso di solitudine inatteso.
Una stanchezza che pesa troppo.

Sono piccoli eventi, ma dietro di loro il corpo sente qualcos'altro: una vecchia ferita che pulsa. La fame emotiva nasce proprio lì: come tentativo di “tamponare” un dolore che non è nel presente, ma nella memoria implicita, una forma di memoria psico-corporea che non passa dalla coscienza, non ricorda “storie” o “immagini”, ma sensazioni, reazioni emotive, schemi corporei, risposte automatiche..

Lo abbiamo visto anche in Fame emotiva: da quali stress è causata: la mente razionale spesso non sa spiegare ciò che il corpo sta vivendo.

La consapevolezza come nuova strada

Non si tratta di eliminare il trauma, non sarebbe possibile, né di “controllarsi di più”, altra cosa assolutamente irrealizzabile. La chiave sta nel cominciare a vedere l’automatismo.

Quando riconosci la sequenza — tensione, allarme, impulso — non sei più dentro la spirale. Sei un passo fuori. Sei presente. E la presenza apre uno spazio nuovo, una scelta che prima non esisteva.

La consapevolezza non cancella la ferita.
La illumina.

Ed è da quella luce che nasce un nuovo modo di incontrarsi: più lento, più realistico, più umano.

Tornare alla ferita senza paura

Possiamo passare una vita a combattere il cibo, credendo che sia il nostro nemico. Ma il cibo è solo il messaggero. Ci ricorda — a modo suo — dove fa male davvero.

E quando iniziamo ad ascoltare quel dolore, a dargli un nome, a permettergli di esistere senza soffocarlo, qualcosa cambia. Il trauma non dirige più tutte le nostre scelte; il corpo non deve più correre al riparo ogni volta che qualcosa smuove una vecchia paura.

È qui che la Mindfulness diventa decisiva: perché non chiede di “essere forti”, ma di restare presenti.
Di accorgerci di quello che accade dentro il corpo — tensione, nodo alla gola, impulso al cibo — senza reagire subito. Anche pochi secondi di presenza interrompono l’automatismo: è tempo sufficiente perché il sistema nervoso registri che oggi non siamo più in pericolo.

Gli studi mostrano che questa presenza gentile riduce l’attivazione limbica, aumenta la regolazione emotiva e permette al trauma implicito di trasformarsi poco alla volta in esperienza integrata. Non serve fare grandi cose: basta non scappare immediatamente da ciò che punge, restare un attimo, respirare, sentire il terreno sotto i piedi.

Non si tratta di diventare forti.
Si tratta di diventare interi.
E di imparare, con quella lentezza che guarisce, a stare accanto alla parte ferita che per anni abbiamo cercato di calmare con il cibo.

 

Riferimenti scientifici essenziali

 

  • van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score. Penguin Books.

  • Schore, A. N. (2003). Affect Regulation and the Repair of the Self. W. W. Norton.

  • Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory. W. W. Norton.

  • Panksepp, J. (1998). Affective Neuroscience. Oxford University Press. 
  • Hölzel, B. K., et al. (2011). How Does Mindfulness Meditation Work? Proposing Mechanisms of Action.