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Fame emotiva e bilancia: come trasformarla da nemico ad alleato

cause e rimedi fame emotiva giorgio serafini prosperi Feb 22, 2026
Fame emotiva e bilancia: come trasformarla da nemico ad alleato
 
Foto: Oleg Ivanov

Per chi soffre di fame emotiva, la bilancia raramente è uno strumento neutro. Più spesso diventa un giudice silenzioso, capace di influenzare l’umore, l’autostima e il rapporto con il cibo. Eppure il problema non è il numero, ma il significato che gli attribuiamo.

La bilancia entra in scena in modo subdolo. Non parla solo di peso: sembra dire qualcosa di noi. Se siamo stati capaci, se abbiamo sbagliato, se “meritiamo” o no di sentirci a posto. In questo slittamento di senso nasce gran parte della sofferenza. Il corpo viene letto come qualcosa da sottoporre a un canone che merita un voto impietoso, il processo come un esame da superare.

 

La bilancia non certifica il mio valore

Il primo passaggio, forse il più difficile, è separare il dato dall’identità. Il numero sulla bilancia non misura la mia forza di volontà, il mio impegno, la mia dignità. Quando questo accade, il peso smette di essere un’informazione e diventa un giudizio morale: “sono stato bravə”, “ho fallito”.
È una dinamica comprensibile, ma profondamente fuorviante. Il corpo non ragiona in termini etici. Il peso è una variabile biologica che, contrariamente a quanto ci hanno insegnato, non è totalmente controllabile da noi; inoltre deve smettere di essere non un certificato di valore o disvalore. Confondere questi piani trasforma la bilancia in un’arma di autovalutazione, non in uno strumento di osservazione.

 

Il peso è il risultato di un andamento, non di un giorno

Nella fame emotiva il desiderio di controllare subito è forte. Ma il peso corporeo non risponde in modo lineare alle scelte quotidiane. È il risultato di un andamento nel tempo, influenzato da acqua corporea, ormoni, stress, sonno, adattamenti metabolici.
Leggere una singola pesata come una risposta diretta a ciò che ho mangiato ieri significa attribuire al corpo una linearità che non ha. Quando si perde di vista il processo, la bilancia smette di informare e inizia a confondere.
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Compensazioni e digiuni: la scorciatoia che riaccende il ciclo

Quando il numero non piace, la tentazione è rimediare subito: compensare, digiunare, stringere. Strategie orientate al risultato immediato che, per chi soffre di fame emotiva, sono particolarmente dannose.
La restrizione forzata aumenta la preoccupazione per il cibo, riduce la tolleranza emotiva e rende più probabili le perdite di controllo. Così la bilancia, invece di guidare, diventa il perno di un ciclo che si autoalimenta.
Leggi anche: Fame emotiva: perché il cibo non è il problema e cosa c’entra la mindfulness.

 

Pesarsi meno per vedere meglio

La frequenza conta. Pesarsi troppo spesso introduce rumore. Le normali oscillazioni quotidiane vengono vissute come segnali allarmanti, anche quando non lo sono. Per chi ha un rapporto fragile con il peso, questo significa più giudizio, più ansia, più reattività.
Una pesata non più di una volta a settimana permette di cogliere l’andamento senza esserne travolti. In molti casi, anche una frequenza mensile è sufficiente. Non per evitare la realtà, ma per leggerla meglio.

 

Come salire sulla bilancia: il numero non sono io

L'atteggiamento cambia tutto. Salire sulla bilancia come chi attende una sentenza capitale rende impossibile qualsiasi uso consapevole. Quel numero, spogliato dei significati afflittivi che gli attribuiamo, può tornare a essere una semplice ed utile informazione. Nulla più.
Non dice chi sono. Racconta qualcosa di un processo in corso. In questo spazio intermedio — né ossessione né evitamento — la bilancia può tornare a essere uno strumento, non un tribunale interiore.
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Non esiste una regola valida per tutti

Qui è necessario un distinguo. Si parla in generale, ma le persone sono individui. Chi vive una relazione ossessiva con il peso e la bilancia, soprattutto nelle fasi iniziali di un riordino consapevole, può trarre beneficio dall’astenersi dal pesarsi anche per lunghi periodi, possibilmente in accordo con il professionista di riferimento.
Al contrario, chi evita la bilancia per paura del “verdetto” può trovare utile un’esposizione graduale e accompagnata, per ridurre il potere simbolico del numero. In entrambi i casi, il supporto di una figura con orientamento mindfulness aiuta a restituire contesto, sicurezza e senso.
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Quando la bilancia smette di parlare di chi siamo e torna a parlare di ciò che accade, qualcosa si allenta. Il numero resta un numero. E proprio per questo, a volte, può finalmente servire.

 

Riferimenti

Polivy, J., & Herman, C. P. (1985). Dieting and binging: A causal analysis. American Psychologist, 40(2), 193–201.
Tomiyama, A. J. (2014). Weight stigma is stressful: A review of evidence for the Cyclic Obesity/Weight-Based Stigma model. Appetite, 82, 8–15.
Mann, T., Tomiyama, A. J., Westling, E., Lew, A.-M., Samuels, B., & Chatman, J. (2007). Medicare’s search for effective obesity treatments: Diets are not the answer. American Psychologist, 62(3), 220–233.
Herman, C. P., & Polivy, J. (1980). Restrained eating. In A. J. Stunkard (Ed.), Obesity (pp. 208–225). Philadelphia: W. B. Saunders.
Neff, K. D. (2011). Self-compassion, self-esteem, and well-being. Social and Personality Psychology Compass, 5(1), 1–12.