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Fame emotiva: perché il cibo non è il problema (e cosa c’entra la mindfulness)

cause e rimedi fame emotiva giorgio serafini prosperi il percorso breaters Jan 04, 2026
Fame emotiva: perché il cibo non è il problema (e cosa c’entra la mindfulness)
Foto di Gary Walker-Jones

 

Non scappiamo dal cibo. Scappiamo da ciò che sentiamo. La mindfulness, quando è praticata davvero, non spegne l’impulso della fame emotiva: crea spazio prima della fuga e ci fornisce un’alternativa di libertà.

Il problema non è il cibo

Se il problema fosse il cibo, basterebbero regole interne migliori, più forza di volontà o un piano alimentare più rigoroso. Ma chi vive la fame emotiva lo sa: il cibo è spesso una risposta, non la causa. Mangiamo per non sentire. Per zittire la pressione. Per trovare un attimo di tregua quando le emozioni diventano troppo invasive.

Questo non riguarda solo il “mangiare troppo”. In alcuni casi la relazione con il cibo diventa ancora più complessa e dolorosa, spesso invisibile all’esterno, fino a configurarsi come un vero e proprio disturbo alimentare. Ne parlo in modo più approfondito in questo articolo: Disturbi alimentari: sintomi, cause e come uscirne con la mindfulness.

Il punto non è forzarsi a smettere di mangiare emotivamente. Il punto è imparare a comprendere in profondità da cosa stiamo scappando e costruire lo spazio per poter evitare la fuga.

La fuga è automatica

La fame emotiva non nasce da una scelta consapevole. Nasce da un automatismo. Tra lo stimolo (un’emozione, una tensione, un vuoto) e il gesto (mangiare) spesso non c’è spazio. Tutto accade in fretta, compulsivamente, appunto.

Ed è proprio lì che la Mindfulness può entrare in gioco. Se vuoi approfondire cosa significa creare spazio prima dell’automatismo, puoi leggere anche Fame emotiva: come fermarsi un attimo prima.

Cosa fa davvero la Mindfulness

La Mindfulness non serve a calmare l’impulso. Non serve a controllarlo. Non serve a spegnerlo.

Serve a creare spazio. Spazio tra ciò che senti e ciò che fai. Spazio sufficiente per non essere costretti a fuggire.

Quando pratichiamo la Mindfulness, non stiamo cercando di stare meglio. Stiamo imparando a restare.

Restare non è passività

Restare non significa subire. Non significa rassegnarsi. Non significa “tenere duro”.

Restare significa accorgersi di ciò che accade nel corpo e nella mente prima che l’automatismo prenda il sopravvento. È un atto profondamente attivo, anche se dall’esterno può sembrare silenzioso. Questo è il cuore della Deep Mindfulness, che non lavora sulla forza di volontà ma sulla relazione con l’impulso, come approfondisco qui: Smettere di mangiare schifezze: con la deep mindfulness si può.

Il cibo come regolatore emotivo

Per molte persone il cibo diventa, nel tempo, uno strumento di regolazione emotiva. E funziona, lo sappiamo bene. Almeno per un po’.

Il problema è che ogni ricorso a questa sorta di “regolazione rapida” ha un costo: vergogna, senso di fallimento, rigidità, ulteriore pressione. La Mindfulness non toglie il bisogno di regolazione, ma ammorbidisce la pulsione al controllo e la frustrazione che segue alla perdita dello stesso. 

Possiamo dire che cambia, in profondità, il modo in cui possiamo finalmente  auto-regolarci.

Perché all’inizio sembra più difficile

Però, quando smettiamo di scappare subito di fronte al disagio, spesso sentiamo di più, ci sembra addirittura che il malessere aumenti. Questo spaventa. Molti pensano: “Non sta funzionando”.

In realtà sta funzionando esattamente come deve. Stiamo togliendo l’anestesia e imparando a conoscerci veramente.

Un lavoro che richiede continuità

La Mindfulness, però, non è una tecnica da usare ogni tanto. Non è uno strumento “sintomatico”. È un allenamento costante alla Presenza. All’esserci, al prendersi per mano e affrontare la vita, anziché fuggire. E la presenza ha bisogno di tempo, ritmo, continuità.

Per questo i percorsi che funzionano non sono quelli che promettono risultati rapidi, ma quelli che insegnano a restare nel processo.

Creare spazio tra l’impulso e la fuga

In Breaters lavoriamo su questo punto preciso: creare spazio tra l’impulso e la fuga. Non per diventare persone migliori, più controllate o finalmente “a posto”, ma per smettere di vivere in reazione continua rispetto a ciò che sentiamo.

Quando il cibo smette di essere l’unico modo per regolare le emozioni, non è perché abbiamo imparato a resistere di più, ma perché abbiamo iniziato a stare con noi stessə in modo più morbido e più comprensivo. A stare con la pressione, con il vuoto, con la fatica di sentire. È un passaggio sottile, spesso invisibile dall’esterno, ma profondamente trasformativo dall’interno.

La Mindfulness, praticata con continuità, non promette di togliere il disagio dalla nostra vita. Ci offre qualcosa di diverso: la possibilità di non doverlo zittire, coprire o anestetizzare subito. In quello spazio che si apre, anche solo per un attimo, il rapporto con il cibo può iniziare a cambiare davvero.

Restare, così come siamo, senza scappare e senza correggerci e giudicarci sempre ferocemente, è spesso il gesto più radicale che possiamo compiere. Non perché risolva tutto, ma perché ci restituisce la libertà di scegliere, invece di essere “obbligatə” a reagire automaticamente e a sentirci sbagliatə e in trappola.

 

Riferimenti scientifici

Kabat-Zinn, J. (1990). Full Catastrophe Living. – Siegel, D. (2010). Mindsight. – Baer, R. (2003). Mindfulness training as a clinical intervention.