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I cibi trigger non esistono: smontare le fondamenta della fame emotiva

cause e rimedi fame emotiva giorgio serafini prosperi il percorso breaters Feb 08, 2026
I cibi trigger non esistono: smontare le fondamenta della fame emotiva
Foto di Thomas Kelley

 

Quando smettiamo di credere che il problema sia il cibo, possiamo iniziare a vedere cosa causi davvero la perdita di controllo rispetto a “certi” cibi.

Non esistono, infatti, cibi che, da soli, ci fanno perdere il controllo. Esistono invece storie, credenze, divieti interiorizzati e anni di tentativi falliti che si sono stratificati attorno a certi alimenti, trasformandoli in simboli carichi di paura e desiderio. È lì che nasce la fame emotiva.

 

Il mito dei “cibi pericolosi”

Molte persone arrivano a pensare che il problema siano alcuni cibi specifici: dolci, pane, pizza, cioccolato. Li chiamano “trigger”, ovvero “cibi grilletto”, o “cibi-innesco”, come se avessero un potere intrinseco di scatenare l’abbuffata. Ma il cibo, di per sé, non ha questa forza. Quella forza gliel’abbiamo data noi, nel tempo, attraverso regole rigide, esclusioni, promesse e fallimenti. E anche nella relazione, vissuta con paura, col desiderio di determinati cibi più “palatabili”, ossia con un effetto ricompensa più potente e immediato.

Quando qualcosa viene vietato o temuto, smette di essere solo cibo. Negarselo diventa un test, una prova di valore personale. E più lo carichiamo di significati morali, o colleghiamo ad esso il nostro valore in termini successo/fallimento, più il desiderio cresce e diventa incontrollabile.

 

Quando il controllo diventa il problema

All’inizio sembra funzionare: togliere certi alimenti, stringere le regole, essere “bravi”. Poi, quasi inevitabilmente, qualcosa cede. Non perché manchi la volontà, ma perché il controllo continuo è uno stress per il sistema nervoso.

Ne abbiamo parlato anche nell’articolo Mangiare sano non è mangiare triste: autoregolazione non restrizione: quando proviamo a cambiare solo in superficie, il corpo reagisce. L’urgenza non è un difetto, è una risposta a una pressione prolungata.

 

Le credenze che alimentano la fame emotiva

Sotto la fame emotiva non c’è solo l’emozione del momento. Ci sono credenze profonde: “quel cibo mi fa ingrassare”, “se inizio non mi fermo”, “devo controllarmi”. Ripetute per anni, diventano fondamenta invisibili su cui il comportamento si organizza, attorno a cui si edifica il nostro sistema di difesa.

In Non riesco a mangiare ciò che amo senza mangiare troppo abbiamo raccontato come il tentativo di dominare il desiderio spesso lo rafforzi. Non perché siamo deboli, ma perché stiamo parlando al corpo con un linguaggio di minaccia.

 

Smontare, non combattere

La Mindfulness non serve a resistere meglio. Serve a vedere meglio e soprattutto a sentire meglio, ossia a sentire davvero, senza pregiudizi, restrizioni forzate o rigidità. E serve a riconoscere quando il conflitto col desiderio nasce da una restrizione precedente, da una paura, da una tensione accumulata. Smontare uno schema significa interrompere la catena automatica che porta dall’impulso all’azione.

Questo passaggio è centrale anche in Perché non riesco a smettere di pensare al cibo: finché il cibo resta l’unico strumento per regolare ciò che sentiamo, continuerà a sembrarci indispensabile e pericoloso allo stesso tempo.

 

Separare il cibo dalla regolazione emotiva

Quindi, con l’approccio Mindfulness non si tratta di eliminare il piacere, di negarselo in assoluto, ma di rimetterlo in asse: di ridargli, cioè, il suo posto naturale.

 Il cibo può tornare a nutrire e dare un piacere vero e legittimo, se smette però di dover calmare, consolare, compensare. O se comunque lo fa in modo consapevole. Questo avviene quando impariamo a creare spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo, senza giudicarci. E anche a concederci - anche se non mi piace questa espressione - una coccola con un cibo buono, perchè no?, senza che diventi per forza l'anticamera di una disregolazione o di un’abbuffata.

Agire così, all’inizio, me ne rendo conto, potrebbe darci l’impressione di perdere punti di riferimento. In realtà stiamo togliendo delle stampelle che, col tempo, hanno fatto più male che bene.

 

Un cambio di sguardo possibile

Dire che i cibi trigger non esistono non significa negare la difficoltà. Significa spostare lo sguardo dal bersaglio sbagliato. Il “lavoro” profondo che ha senso fare non è mai contro il cibo, ma sullo smantellare quelle fondamenta disfunzionali che abbiamo costruito attorno ad esso.

Quando queste fondamenta iniziano a cedere, non perché le combattiamo ma perché le comprendiamo, qualcosa cambia davvero.

 

Riferimenti scientifici

– Polivy, J., Herman, C. P. (1985). Dieting and binging: A causal analysis. American Psychologist, 40(2), 193–201.
– Fairburn, C. G. (2018).
La terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione. Centro Studi Erickson.
– Tribole, E., Resch, E. (2023).
Il metodo Alimentazione intuitiva. Fai pace con il cibo e liberati dalle diete. Mondadori.
– Bruch, H. (1998).
La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale. Feltrinelli.
– Lowe, M. R. (2002). Dietary restraint and overeating. In C. G. Fairburn & K. D. Brownell (a cura di),
Eating Disorders and Obesity: A Comprehensive Handbook (2nd ed.). Guilford Press.