Disattivare la fame emotiva: perché non si “riesce” o “fallisce”, ma si progredisce imparando
Feb 15, 2026
Foto: Joshua Hoehne
Quando smetti di giudicare ogni ricaduta come un fallimento, qualcosa cambia davvero: la fame emotiva inizia a perdere potere.
La trappola silenziosa del “ce la devo fare”
C’è una coppia di parole che accompagna quasi sempre chi soffre di fame emotiva: riuscire e fallire.
Sono parole apparentemente neutre, ma in realtà cariche di tensione. Trasformano ogni gesto in un esame e ogni pasto in una prova di valore personale. Oggi ce l’ho fatta. Oggi ho fallito. E così il rapporto con il cibo smette di essere relazione e diventa giudizio.
Il problema è che la fame emotiva non nasce dove manca la forza di volontà. Nasce dove il sistema nervoso è sotto pressione, dove le emozioni non trovano spazio, dove il controllo diventa l’unico modo conosciuto per sentirsi al sicuro. In questo contesto, pensare solo di dover “riuscire” a qualsiasi costo e soprattutto subito è spesso solo un’altra forma di irrigidimento.
Quando il cibo smette di essere il problema
Molte persone arrivano a credere che esistano cibi “pericolosi”, capaci di scatenare automaticamente la perdita di controllo.Oppure ci si convince di essere sbagliatə, incapaci, ci si sente imprigionatə in una ripetizione senza sbocchi e senza fine. In realtà, come racconto anche in Fame emotiva: perché il cibo non è il problema e cosa c’entra la mindfulness, ciò che scatena l’impulso non è il cibo in sé, ma il significato che gli abbiamo cucito addosso nel tempo.
Divieti, regole, sensi di colpa, promesse non mantenute: tutto questo crea un campo di tensione che rende l’incontro con il cibo carico, anticipato, spesso già deciso prima ancora di mangiare. È lì che la fame emotiva si struttura. Non come errore, ma come risposta “negativa”appresa nel tempo.
Disattivarla, allora, non significa eliminare certi alimenti, ma disinnescare il sistema di credenze che li rende così potenti.
Progredire non è migliorare, è imparare
C’è una differenza sottile ma decisiva tra migliorare e imparare. Migliorare implica una linea retta, un’idea di progresso continuo. Imparare, invece, include l’errore, l’arresto, la ripetizione. E un atteggiamento di autosostegno anziché di continua e svilente autocritica.
Nel lavoro sulla fame emotiva questo fa tutta la differenza.
Quando una persona dice: “Ho mangiato di nuovo per calmarmi, quindi ho fallito”, sta leggendo l’esperienza con la lente sbagliata. La domanda più utile non è “perché non mi controllo?”, ma “cosa stavo cercando in quel momento?”. Sollievo? Riposo? Protezione? Un premio? Un modo per spegnere qualcosa?
È qui che la Mindfulness smette di essere una tecnica astratta e “mentale” e diventa un atteggiamento: non aggiunge regole, ma apre spazio. E in quello spazio diventa possibile vedere prima di reagire, anche solo per pochi secondi. Ampliando sempre più questo spazio di libertà dall’impulso.
Quando la rigidità prepara la ricaduta
Molte ricadute non nascono dall’incapacità, ma dall’eccesso di rigidità. Quando il percorso diventa una lista di “devo” e “non devo”, il corpo prima o poi chiede tregua.
Questo è un punto centrale anche quando si parla di disturbi alimentari veri e propri, come approfondisco in Disturbi alimentari: sintomi, cause e come uscirne con la mindfulness: più il controllo è l’unico strumento, più il rischio di compensazioni aumenta.
La disattivazione della fame emotiva non passa dal fare tutto bene, ma dal ridurre la pressione che rende il cibo l’unica via di fuga disponibile.
Cadere non interrompe il percorso, lo rivela
Uno degli inganni più profondi è credere che ogni episodio di fame emotiva azzeri ciò che è stato fatto prima. In realtà è spesso l’opposto: è proprio lì che il percorso si mostra.
Come reagisci dopo? Ti punisci? Ti prometti regole più dure? O riesci, magari a fatica, a restare in relazione con te stessə?
In Smettere di mangiare troppo: il sogno possibile parlo proprio di questo passaggio: il momento in cui smetti di usare la colpa come motore del cambiamento e inizi a usare la comprensione. Non per giustificarti o per essere autocompiacente, ma per cominciare a com-prenderti (ovvero accoglierti, stare dalla tua parte) davvero.
Disattivare non è spegnere: è cambiare rapporto
La fame emotiva non si spegne come un interruttore. Si disattiva quando perde il suo ruolo centrale. Quando non è più l’unico modo per regolarti, calmarti, consolarti.
Questo accade lentamente, attraverso micro-spostamenti: riconoscere prima, giudicarsi meno, interrompere la catena del “tanto ormai”, fare esperienza che puoi restare con un’emozione senza doverla zittire subito.
È così che il linguaggio interno cambia. Non più “ho sbagliato”, ma “sto imparando”. Non più “non ce la farò mai”, ma “oggi ho visto qualcosa in più”.
E quando questo accade, anche il cibo, piano piano, torna a essere quello che è: cibo. Non una sentenza. Non una prova. Non un nemico.
Riferimenti scientifici
– Safer, D. L., Adler, S., Masson, P. C., L’alimentazione emotiva. La soluzione DBT per rompere il circolo delle abbuffate, Raffaello Cortina Editore.
– Bays, J. C., Mindful Eating. Per riscoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo, Mondadori.
– Puddicombe, A., Mindful Eating, De Agostini.