Zucchero e dipendenza: gli effetti sul cervello secondo la scienza
Aug 30, 2025
Sembra innocuo. È ovunque. Ma lo zucchero — specialmente quello raffinato o ad alto carico glicemico — attiva nel cervello il circuito della ricompensa, lo stesso coinvolto nelle dipendenze da sostanze come cocaina o nicotina.
Lo zucchero parla al cervello
Quando consumiamo zucchero, si attiva il sistema dopaminergico mesolimbico (la via VTA → nucleus accumbens), generando una gratificazione immediata. In uno studio pubblicato su PLOS ONE, (una rivista scientifica internazionale che raccoglie studi sperimentali sottoposti a revisione tra pari), alcuni ratti, messi di fronte alla scelta tra una soluzione zuccherina e una dose di cocaina, hanno preferito lo zucchero.
Questo non significa che lo zucchero sia “peggiore” della cocaina, ma che il nostro cervello riconosce lo zucchero come potente fonte di piacere.
Nel blog abbiamo già raccontato perché sotto stress preferiamo i cibi dolci, e come questo meccanismo non sia un vizio ma una strategia antica del nostro cervello per calmare il sistema nervoso.
Una fame che non sazia
Il cibo che stimola il piacere senza fornire nutrimento profondo può alimentare un circolo vizioso. Lo si cerca per regolare stati emotivi difficili — ansia, vuoto, solitudine — ma non appena l’effetto svanisce, il bisogno si ripresenta. È la dinamica della fame emotiva, che abbiamo descritto nell’articolo Chi è il mangiatore compulsivo: come riconoscerlo.
Questa “fame che non sazia” non riguarda solo lo stomaco, ma la relazione tra emozione, impulso e gratificazione. E più agiamo senza accorgercene, più diventa automatismo.
Non è colpa tua, è il cervello
Sapere che questi meccanismi rispondono a strutture cerebrali profonde può aiutare a uscire dalla spirale del giudizio. Non è mancanza di volontà. È il modo in cui funziona il sistema della gratificazione, che reagisce in modo amplificato a stimoli rapidi e intensi — come lo zucchero.
Nel percorso Breaters insistiamo molto su questo punto: non si cambia a colpi di forza di volontà, ma imparando a leggere i propri automatismi. Lo abbiamo scritto anche in Smettere di mangiare schifezze? Con la deep mindfulness si può.
Un respiro prima del gesto
Non si tratta di eliminare lo zucchero. Ma di non usarlo per colmare ogni emozione. Di creare uno spazio tra impulso e azione. Anche un solo respiro può fare la differenza. Non per controllarsi, ma per esserci.
Una presenza gentile, anche di pochi secondi, può interrompere il gesto automatico. Ne abbiamo parlato in Come vincere le abbuffate con la gentilezza: non si tratta di punirsi per aver mangiato, ma di comprendere profondamente - e prenderci cura - di cosa stavamo davvero cercando in quel momento.