Fame emotiva e stress: cosa succede nel cervello quando la pressione diventa troppa
Feb 01, 2026
Foto di nikko macaspac
C’è un momento, spesso silenzioso, in cui la fame emotiva prende forma.
Non arriva perché abbiamo voglia di qualcosa.
Arriva quando siamo pieni.
Pieni di richieste, di aspettative, di impegni, di ruoli da sostenere.
Molte persone descrivono la fame emotiva come un impulso improvviso e incontrollabile. In realtà, dal punto di vista del cervello, è tutt’altro che improvvisa: è il risultato di una pressione prolungata che non ha trovato spazio, tregua, possibilità di scaricarsi.
Il cervello sotto stress non distingue tra pericolo e sovraccarico
Dal punto di vista neurobiologico, lo stress cronico viene elaborato come una condizione di minaccia continua. L’amigdala, che ha il compito di intercettare i pericoli, resta attiva non solo di fronte a eventi traumatici, ma anche quando il pericolo è simbolico: scadenze, giudizi, aspettative, paura di non essere abbastanza.
In questo stato, la corteccia prefrontale – la parte del cervello che ci permette di riflettere, scegliere e regolare – perde progressivamente efficacia. Non perché smettiamo di essere capaci, ma perché l’energia mentale viene spostata sulla sopravvivenza. Il corpo entra in una modalità di tenuta forzata.
E cercare di tenere tutto sotto controllo, a lungo, ha un costo.
Quando il controllo diventa parte del problema
Molte persone che vivono la fame emotiva non sono persone “inermi” o prive di disciplina. Spesso accade l’opposto: sono persone che si controllano molto. Controllano il cibo, il corpo, le emozioni, il modo in cui vengono percepite all’esterno.
Dal punto di vista del sistema nervoso, però, il controllo continuo non è una risorsa neutra. È un’ulteriore richiesta. Il cervello lo registra come pressione aggiuntiva, non come sicurezza.
Questo paradosso è particolarmente evidente nel perfezionismo: più cerchiamo di essere impeccabili, più il sistema interno va in affanno. È un tema centrale anche nel percorso Breaters, approfondito nell’articolo dedicato al legame tra perfezionismo e fame emotiva, dove emerge come il bisogno di non sbagliare finisca per affamarci dentro. Puoi approfondire qui: Perfezionismo e fame emotiva: quando il bisogno di essere impeccabili ci affama dentro.
La fame emotiva come tentativo di autoregolazione
Quando la pressione supera una certa soglia, il cervello cerca una via rapida per abbassare l’attivazione. Il cibo, soprattutto quello altamente gratificante, attiva circuiti profondi legati alla dopamina e agli oppioidi endogeni, producendo un senso temporaneo di sollievo.
Non è una scelta morale.
È una risposta automatica di regolazione.
Mangiare diventa una pausa artificiale. Un’interruzione. Un modo per abbassare il volume di un sistema nervoso sovraccarico. È per questo che la fame emotiva emerge spesso nei momenti di “soffocamento” ed eccessiva presisone percepita, non in quelli di reale bisogno fisiologico.
Riconoscere le cause cambia il funzionamento del circuito
Quando ci limitiamo a combattere l’impulso, senza comprenderne l’origine, restiamo intrappolati in un ciclo ben noto al cervello: tensione, controllo, cedimento, colpa, nuovo controllo.
Riconoscere le cause profonde – emotive, relazionali, ambientali – non serve a trovare colpe, ma a ridare senso a ciò che accade. Questo passaggio è fondamentale anche nel lavoro sui disturbi del comportamento alimentare, come spiegato nell’articolo che approfondisce perché riconoscere le cause del proprio disturbo possa diventare un passaggio decisivo: Perché riconoscere le cause del tuo disturbo alimentare può esserti d’aiuto.
Quando il cervello non si sente più sotto accusa, inizia lentamente a rilassare la presa.
Mindfulness: non spegnere l’impulso, ma ridurre la pressione di fondo
La mindfulness non lavora sull’impulso nel momento in cui esplode. Lavora prima, sullo stato di base del sistema nervoso. Attraverso l’attenzione al corpo, al respiro, alle sensazioni, si crea uno spazio di regolazione che permette alla corteccia prefrontale di tornare a dialogare con le aree emotive.
Questo spazio non elimina la difficoltà, ma la rende meno urgente, meno estrema, meno totalizzante.
È qui che la gentilezza verso sé stessi diventa una competenza neurobiologica, non un atteggiamento consolatorio. Quando smettiamo di aggiungere giudizio alla fatica, il cervello non è più costretto a cercare sollievo attraverso il cibo. Questo cambio di postura è approfondito anche nell’articolo dedicato alle abbuffate e alla gentilezza come via di uscita dal ciclo punitivo: Come vincere le abbuffate con la gentilezza.
Forse il cibo non è il problema, ma il segnale
Quando la fame emotiva arriva, spesso ci sta dicendo che qualcosa dentro di noi non ha più spazio. Che stiamo reggendo troppo, per troppo tempo, senza pause vere.
Il cervello non chiede cibo.
Chiede tregua.
E quando iniziamo a concederla – non attraverso un controllo più rigido, ma attraverso una presenza più ampia e meno esigente – l’impulso perde lentamente la sua funzione. Non perché viene represso, ma perché non è più necessario.
Riferimenti scientifici
Antonio Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi
Fabio Lucidi, Psicologia dello stress, Il Mulino
Stephen W. Porges, La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici di emozioni, attaccamento, comunicazione e autoregolazione, Raffaello Cortina
Daniel J. Siegel, La mente relazionale, Raffaello Cortina
Jon Kabat-Zinn, Vivere momento per momento, Corbaccio
Kelly McGonigal, Il lato positivo dello stress, Garzanti