Fame emotiva: perché all’inizio del cambiamento sembra di stare peggio
Jan 25, 2026
Foto: Alexandra Gorn
Quando smetti di usare il cibo per calmarti, ciò che avevi imparato a non sentire torna a farsi vivo. Non è una regressione: è una fase normale del cambiamento.
All’inizio fa più male (o così sembra)
C’è una fase, all’inizio di un percorso di consapevolezza legato alla fame emotiva, che spiazza quasi tuttə.
Una fase in cui, invece di stare meglio, sembra di stare peggio.
Il cibo non “funziona” più come prima.
Le abbuffate diminuiscono, oppure il controllo si allenta, ma al loro posto arrivano agitazione, tristezza, irritabilità, vuoto. A volte una stanchezza emotiva difficile persino da nominare. Ed è proprio lì che nasce il dubbio più pericoloso: “Forse questo percorso non fa per me. Forse sto sbagliando tutto.”
In realtà, molto spesso sta accadendo l’opposto.
Quando il sedativo non fa più effetto
Per anni il cibo ha avuto una funzione precisa: regolare ciò che non riuscivamo a regolare in altro modo.
Non per debolezza, ma per necessità.
Lo abbiamo approfondito nell’articolo Quando il trauma si siede a tavola con noi: perché il cibo diventa un sedativo emotivo, perché il punto centrale è proprio questo: il cibo non è il problema, è stata una soluzione. Imperfetta, certo, ma spesso l’unica disponibile in quel momento della vita.
Quando iniziamo a interrompere quell’automatismo, non togliamo solo un comportamento. Togliamo un anestetico.
E quando un anestetico smette di agire, la sensibilità ritorna prima che arrivino nuove risorse per sostenerla.
Sentire di più non significa stare peggio
Molte persone confondono l’aumento della percezione con un peggioramento reale.
In realtà, spesso, è la prima volta che il sistema nervoso non viene immediatamente silenziato.
Chi ha usato a lungo il cibo per calmarsi non è “troppo sensibile”.
Al contrario, spesso ha imparato a non sentire, o a sentire in modo confuso.
Su questo passaggio è utile ricordare ciò che abbiamo esplorato in Alessitimia e disturbi alimentari: quando non sentire fa male anche a tavola: quando perdiamo il contatto con le emozioni, il corpo trova altri canali per esprimerle in modo controllato o per metterle a tacere. Il cibo è uno dei più immediati.
Quando quella modalità si riduce, le emozioni non spariscono.
Chiedono solo di essere riconosciute.
Il paradosso della regolazione emotiva
All’inizio del cambiamento, smettere di usare il cibo come regolatore può farci sentire più instabili.
È un paradosso noto anche a livello neurobiologico: il cervello protesta quando viene “tolta una scorciatoia” che garantiva sollievo immediato.
Il sistema di allarme interpreta il cambiamento come una minaccia.
Per questo aumentano l’urgenza, l’irritazione, i pensieri del tipo “non ce la faccio”, “devo rimettere tutto sotto controllo”.
La mindfulness, in questa fase, non serve a calmare subito.
Serve ad allargare lo spazio interno mentre l’onda passa.
Ed è qui che molte persone mollano, proprio quando il lavoro sta diventando reale e comincia a dare frutti tangibili.
Non è una regressione, è un’emersione
Quando iniziamo a regolarci in modo diverso, emergono spesso le stesse cose da cui fuggivamo: solitudine, rabbia, senso di inadeguatezza, paura di non farcela. Non sono nuove. Erano semplicemente coperte.
Questo è il motivo per cui in Come gestire la fame emotiva: la psicoterapia insistiamo su un punto fondamentale: il cambiamento non avviene per semplice sottrazione. Non basta togliere il cibo emotivo, serve costruire nuove risposte interne.
All’inizio, però, quelle risposte sono fragili.
E allora sì, può sembrare di stare peggio.
La fase più delicata è anche la più decisiva
C’è un momento, spesso breve ma intenso, in cui la tentazione di tornare indietro è fortissima.
Ricominciare a controllare tutto ci sembra la soluzione migliore.
Oppure mollare, per l’ennesima volta, e rifugiarsi nel cibo, “tanto per non sentire” o per avere “protezione”.
Non perché il percorso non stia funzionando, ma perché funziona abbastanza da smuovere ciò che era congelato.
Se riusciamo a restare un po’ di più, senza punirci e senza giudicarci, qualcosa cambia.
Il sistema nervoso impara che può attraversare quell’onda senza essere travolto.
E, gradualmente, l’urgenza diminuisce.
Non per magia. Per apprendimento.
Quando “stare peggio” è il segnale giusto
Quando all’inizio di un cambiamento ti sembra di stare peggio, come abbiamo detto all’inizio, la tentazione è trarre subito una conclusione: “Non funziona”, “Sto peggiorando”, “Forse era meglio prima”. È una reazione comprensibile, soprattutto se per molto tempo il cibo ha avuto il compito di rendere tutto più sopportabile.
Eppure, proprio in quei momenti, può essere utile fermarsi un attimo prima di giudicare ciò che sta accadendo. Chiedersi se, invece di stare peggio, non stiamo semplicemente sentendo di più. Più chiaramente. Più da vicino.
Quando smettiamo di evitare sistematicamente ciò che è scomodo, il contatto iniziale può essere brusco. Non perché qualcosa sia andato storto, ma perché ci stiamo riavvicinando a parti di noi che erano rimaste a lungo in disparte. Emozioni, bisogni, fragilità che avevamo imparato a tenere lontane per poter andare avanti.
La trasformazione raramente è lineare o rassicurante. Non procede per miglioramenti continui e visibili, ma per avvicinamenti progressivi. Un passo verso ciò che prima veniva anestetizzato, un passo indietro per riprendere fiato, poi di nuovo un passo avanti. È un movimento oscillante, umano, imperfetto.
In questa fase, la paura è un segnale frequente. Paura di sentire troppo, di non reggere, di scoprire qualcosa che non sappiamo come affrontare. Ma quella paura non indica un errore: indica che stiamo entrando in una zona più vera, meno automatica.
A volte “stare peggio” non è altro che smettere di scappare.
E questo, almeno all’inizio, può fare paura. Ma è anche il punto in cui il cambiamento smette di essere un’idea e comincia a diventare reale.
Riferimenti scientifici
Bessel van der Kolk, Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina
Joseph LeDoux, Anxious, Viking
Stephen Porges, La teoria polivagale, Fioriti
Judson Brewer, The Craving Mind, Yale University Press
Hölzel et al., “Mindfulness practice leads to increases in regional brain gray matter density”, Psychiatry Research