Accedi

Come gestire la fame emotiva: la psicoterapia

emilia rota il percorso breaters Jan 11, 2022
Breaters_Come gestire la fame emotiva: la psicoterapia.

“Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. 

Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita” 

Confucio

 

Come spiegavo nel mio articolo precedente (Tutto quello che non sappiamo sulla fame: come riconoscere cosa provoca in noi e ritrovare la capacità di auto regolarci), oggi l’obesità necessita essere trattata e approcciata più come un disturbo psichico che come un disturbo alimentare.  Inoltre, l’obesità è associata ad altri disordini alimentari, specialmente il binge eating disorder (BED) o sindrome da alimentazione incontrollata, la più alta comorbilità psichiatrica tra i disturbi dell’alimentazione, presente nel 20/40% dei pazienti obesi. Altre comorbilità (la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo) dei pazienti obesi sono i disturbi dell’umore come la depressione. Esiste un’influenza bidirezionale: l’obesità aumenta il rischio di depressione e la depressione aumenta il rischio di obesità.  

Qual è il nostro rapporto con il cibo?

 

Al contrario dell’alcol o delle droghe, dov’è possibile un’astinenza totale, con il cibo questo non è fattibile. Per questo motivo, ogni intervento può essere fatto soltanto modificando il rapporto con il cibo, non eliminandolo.  Inoltre, noi usiamo il cibo come una ricompensa, una punizione o una colpa e questo è un ulteriore ostacolo al cambiamento del nostro rapporto con l’alimentazione. Un altro fattore importante da considerare, riguardo all’impatto dell’alimentazione sulla nostra vita, è l’aspetto sociale del cibo. In moltissime culture le situazioni sociali sono associate all’assunzione di cibo e questo rende i cambiamenti delle abitudini alimentari ancora più difficili.

(Leggi anche:  Ti premi con il cibo? Ecco quello che non sai sulla fame emotiva)

Quanto conta la testa?

 

A supporto dell’importanza della componente psicologica, da una review sistematica di 61 studi su pazienti obesi e sovrappeso impegnati nella perdita di peso è emerso che i fattori psicologici e comportamentali erano più predittivi del tasso di abbandono, rispetto alle esperienze passate del paziente. Questi fattori includevano: una negativa e insoddisfacente idea della propria immagine corporea, una ridotta salute mentale, bassi livelli di auto efficacia, aspettative di perdita di peso superiori a quelle avvenute e meno attività fisica.   

 

La psicoterapia come cura dell’obesità

 

In psicoterapia esistono diversi approcci teorici che affrontano e interpretano i disturbi in modalità differenti. Non li elencherò tutti ma farò un focus su due indirizzi in particolare: la psicoterapia cognitiva comportamentale e la psicoterapia psicoanalitica. 

Sovralimentazione come controllo delle emozioni

 

Nell’approccio cognitivo comportamentale vi è un’attenzione al comportamento considerando lo stimolo, l’organismo e la risposta. In particolare, lo scopo è quello di modificare i comportamenti inadeguati e fornire degli strumenti al paziente per fronteggiare problematiche future. Questo approccio terapeutico lavora sulla definizione degli obiettivi futuri. I terapeuti cognitivi comportamentali solitamente propongono una visione della sovralimentazione come controllo delle emozioni

 

Modalità diverse di relazione con il cibo (e le emozioni)

 

Nello specifico, comportamenti come l’eccesso di alimentazione o condotte espulsive come il vomito sono considerati strumenti di gestione delle emozioni percepite come fuori controllo. Nel caso dell’obesità si potrebbe trattare di un’incapacità di distinguere lo stimolo della fame da carenze di natura emozionale o incapacità di tollerare il dolore psichico. A tal proposito, il terapeuta si occuperà di elaborare insieme al paziente modalità differenti, proponendo “compiti” che il soggetto può svolgere al di fuori della seduta terapeutica per fare esperienza delle capacità acquisite. 

È emerso come l’approccio cognitivo comportamentale sia utile per normalizzare le condotte alimentari e ridurre il senso di angoscia, soprattutto nei pazienti obesi con binge eating disorder.

(Leggi anche: Emotional eating: in cosa consiste davvero?)

 

Meccanismi di difesa

 

La psicoterapia psicoanalitica (psicodinamica) si fonda sull’intuizione di Sigmund Freud che, in alcuni pazienti, i sintomi non fossero conseguenza di lesioni organiche ma fossero di natura psichica. Per questo motivo, il sintomo che emerge nel paziente può essere causato da un conflitto inconscio o da problematiche nello sviluppo della persona. Di conseguenza, il paziente affronta situazioni per lui ingestibili mettendo in atto dei meccanismi di difesa.  In questo caso lo psicoterapeuta può considerare l’obesità come un sintomo. Se considerata in questo modo, essa può essere una modalità per allontanare le persone rendendosi meno desiderabile. La terapia psicodinamica nel paziente obeso esplora i conflitti riguardanti il cibo come il saltare i pasti o il cosiddetto “emotional eating”, cioè l’adottamento di un’alimentazione eccessiva per agire su un’emozione considerata incontrollabile. Durante il dimagrimento, il terapeuta e il paziente possono lavorare sul significato della perdita di peso che, come sopracitato, può far emergere meccanismi di difesa. 

In uno studio sulla perdita di peso di pazienti obesi ricoverati è emerso che gli approcci psicodinamico e comportamentale sono ugualmente efficaci.  

Fame fisiologica e fame simbolica

 

Hilde Bruch è stata una delle prime psicoanaliste, tra gli anni 50 e gli anni 60, ad esplorare i problemi di alimentazione con i suoi pazienti. Essa si è focalizzata sul concetto di fame, sia psicologico e simbolico, che fisiologico. Bruch credeva che la consapevolezza della fame non fosse innata, ma si sviluppasse nel tempo nel contesto dell’esperienza infantile con i propri genitori. 

(Leggi anche: Fame emotiva: come fermarsi un attimo prima?)

I traumi e l’obesità

 

Esiste una stretta relazione tra traumi in età infantile e obesità. Il 69% dei pazienti obesi gravi riferiscono esperienze traumatiche nell’infanzia. Questo dato evidenzia la necessità della cura del paziente obeso dal punto di vista psicologico, oltre che medico e nutrizionale. Inoltre, la psicoterapia ha il ruolo di migliorare l’autostima dei pazienti lavorando sull’immagine corporea, potenziare la motivazione e far fronte alla discriminazione a cui sono esposti. Purtroppo, nonostante questo, non ci sono molti studi in letteratura che approfondiscono l’effetto della psicoterapia nella cura dell’obesità. In particolare, gli studi presenti hanno utilizzato metodologie differenti, per questo motivo è difficile compararli.

 

Efficacia della psicoterapia a sostegno del riordino nella relazione emotiva col cibo

 

In uno studio, 60 donne sono state inserite in tre gruppi con gestioni terapeutiche differenti. Con l’aiuto di una dieta costruita sul singolo, la perdita maggiore di peso è avvenuta nel gruppo in cui le pazienti erano supportate da una psicoterapia. In questo gruppo, il peso è stato mantenuto e si è verificata un’ulteriore perdita di peso a sei mesi dalla sospensione della terapia. Alla luce di questi risultati, una psicoterapia in aggiunta alla dieta produce maggiori benefici, mantenuti nel tempo, rispetto che il solo intervento nutrizionista. 

La terapia di gruppo, invece?

 

In diversi studi sono stati comparati gli effetti delle terapie di gruppo e quelli delle terapie individuali. La terapia di gruppo condotta da uno psicoterapeuta era maggiormente efficace e questo era evidenziato da una maggiore perdita di peso dopo 12 mesi. 

L’approccio multidisciplinare è il futuro

 

Il trattamento per l’obesità, infatti, tende a fallire perché non ci si concentra sulle tre componenti della perdita di peso: la componente ormonale, la parte cognitiva e la parte emozionale. Essendo l’obesità risultato di una complessa interazione di fattori genetici, ambientali, psicologici, neuro endocrini e comportamentali, è fondamentale trattare questi pazienti con un programma multidisciplinare, includendo la componente psicologica e la mindfulness

 

Mindfulness e disregolazione emotiva

 

Quest’ultima, infatti, può andare ad agire sulla disregolazione emotiva. La mindfulness ha lo scopo di migliorare la nostra capacità di stare nel qui ed ora e di sviluppare capacità di enterocezione e propriocezione (capacità di riconoscere e recepire i “messaggi” che provengono dalle percezioni sensoriali interne e coscienza di sé) . 

Esistono, inoltre, protocolli mindfulness in cui vengono integrate tecniche di psicoterapia sensomotoria con pratiche mindfulness, per riequilibrare emotivamente e rielaborare anche aspetti cognitivi.

 

(Leggi anche: Perché la mindfulness può farti dimagrire?)