Fame emotiva ed emozioni: perché riconoscere ciò che senti può cambiare il tuo rapporto col cibo
May 10, 2026
di Giorgio Serafini Prosperi
Foto: Brad Helmink
Quando non sappiamo dare un nome a ciò che proviamo, il corpo cerca spesso una via rapida per calmarsi. Le neuroscienze mostrano che riconoscere e nominare le emozioni può ridurre la reattività emotiva e aiutarci a interrompere alcuni automatismi legati alla fame emotiva.
A volte non abbiamo fame: proviamo qualcosa che non riusciamo ancora a definire
Molte persone che soffrono di fame emotiva conoscono molto bene quella sensazione: a un certo punto arriva un impulso improvviso, quasi urgente. Si apre il frigorifero senza pensarci troppo, si cerca qualcosa di dolce, qualcosa che calmi, riempia, distragga. E spesso tutto questo accade senza riuscire davvero a capire cosa stia succedendo dentro.
Per anni abbiamo forse creduto che il problema fosse il cibo. Abbiamo pensato di non avere abbastanza forza di volontà, di essere sbagliati, esagerati, incapaci di controllarci. Ma molto spesso il cibo è soltanto l’ultimo anello di una catena iniziata prima. Prima dell’impulso, infatti, c’è quasi sempre uno stato emotivo che non siamo riusciti a riconoscere fino in fondo.
A volte è agitazione. Altre volte tristezza, rabbia, senso di vuoto, frustrazione, paura, solitudine, perfino una gioia incontenibile. Ma quando non sappiamo riconoscere ciò che sentiamo, tutto resta indistinto: e allora il corpo entra in allarme e cerca rapidamente qualcosa che abbassi quella tensione.
È anche per questo che, come abbiamo raccontato nell’articolo “Fame emotiva: perché il cibo non è il problema e cosa c’entra la mindfulness”, il punto non è semplicemente smettere di mangiare, ma imparare lentamente ad ascoltare ciò che accade dentro di noi prima che l’automatismo parta.
Le neuroscienze ci mostrano qualcosa di importante: nominare un’emozione può calmare il cervello
Negli ultimi anni alcune ricerche neuroscientifiche hanno osservato un fenomeno molto interessante chiamato affect labeling, cioè la capacità di mettere in parole ciò che proviamo.
Studi condotti tramite risonanza magnetica funzionale hanno mostrato che quando una persona riesce a nominare il proprio stato emotivo, tende a ridursi l’attivazione dell’amigdala — una struttura coinvolta nelle risposte di allarme e minaccia — mentre aumentano le attività di alcune aree prefrontali associate alla regolazione emotiva.
Detto in modo semplice: quando riusciamo a dire “sono arrabbiato”, “mi sento ferita”, “sono spaventata”, “mi sento sotto pressione”, l’emozione non sparisce, ma diventa meno travolgente. Non siamo più completamente immersi dentro di essa.
Questo passaggio è molto importante nella fame emotiva. Perché spesso il cibo arriva proprio quando l’emozione appare troppo confusa, troppo intensa o troppo difficile da sostenere. Se invece impariamo gradualmente a riconoscerla, a distinguerla e a darle un nome, il bisogno immediato di anestetizzarla può iniziare lentamente a ridursi.
Quando le emozioni non vengono ascoltate, il corpo prova a gestirle da solo
Molte persone hanno imparato molto presto a non sentire davvero ciò che provavano. Alcuni sono cresciuti in contesti in cui la rabbia era vista come qualcosa di pericoloso, altri hanno imparato che mostrarsi tristi o vulnerabili significava essere deboli. Altri ancora hanno sviluppato l’idea di dover essere sempre forti, efficienti, disponibili, controllati.
Così, invece di ascoltare le emozioni, hanno iniziato a trattenerle.
Ma le emozioni trattenute non scompaiono. Restano nel corpo. E spesso cercano altre strade per farsi sentire.
Ne abbiamo parlato anche nell’articolo “Rabbia ingoiata e fame emotiva: limiti, bisogni e come tornare ad ascoltarci”, perché una rabbia non riconosciuta può facilmente trasformarsi in tensione cronica, fame nervosa, bisogno di compensazione o ricerca continua di conforto nel cibo.
Il problema è che, quando non riusciamo a distinguere ciò che sentiamo, tutto diventa soltanto un disagio indistinto. E allora il corpo cerca la soluzione più veloce che conosce.
Alessitimia: quando facciamo fatica persino a capire cosa proviamo
Esiste una parola che descrive questa difficoltà: alessitimia. Non significa “non avere emozioni”, ma avere difficoltà a riconoscerle, distinguerle e descriverle.
Molte persone con fame emotiva non percepiscono chiaramente il proprio mondo interno. Sentono piuttosto agitazione, tensione, vuoto, pesantezza, irrequietezza. È come se il linguaggio emotivo si esprimesse quasi esclusivamente attraverso il corpo.
E quando il corpo manda segnali che non comprendiamo, il cibo può diventare un modo rapido per cercare di regolare qualcosa che non sappiamo ancora nominare.
Anche per questo abbiamo approfondito il tema nell’articolo “Alessitimia e disturbi alimentari: quando non sentire fa male anche a tavola”. Perché, a volte, il vero problema non è il cibo in sé, ma il fatto che nessuno ci abbia insegnato davvero a stare accanto alle nostre emozioni senza averne paura.
La mindfulness non ci chiede di controllare le emozioni, ma di restare
Qui entra in gioco la mindfulness. E forse questo è uno degli aspetti più fraintesi.
Molte persone pensano che meditare significhi rilassarsi, svuotare la mente o diventare più positivi. In realtà la mindfulness ci insegna qualcosa di molto più semplice e profondo: riconoscere ciò che c’è senza scappare immediatamente.
Quando ci fermiamo un istante prima dell’automatismo e proviamo a osservare cosa sta succedendo dentro di noi, iniziamo lentamente a creare spazio.
“C’è agitazione.”
“C’è tristezza.”
“C’è paura.”
“C’è solitudine.”
“C’è rabbia.”
Non serve analizzarsi perfettamente. Non serve “fare bene” la pratica. Serve iniziare a costruire una presenza diversa nei confronti di ciò che sentiamo.
Perché spesso la fame emotiva nasce proprio dall’incapacità di restare qualche istante accanto alle emozioni senza intervenire subito per spegnerle.
Riconoscere ciò che sentiamo può cambiare il rapporto con il cibo
Naturalmente non basta dare un nome a un’emozione una volta perché tutto cambi improvvisamente. Gli automatismi emotivi sono profondi e spesso ci accompagnano da anni. Il cibo, per molte persone, è stato davvero una forma di protezione, consolazione o sopravvivenza emotiva.
Ma ogni volta che riconosciamo ciò che proviamo prima di reagire automaticamente, stiamo insegnando qualcosa di nuovo al nostro sistema nervoso. Gli stiamo mostrando che forse quell’emozione non è un pericolo da anestetizzare immediatamente.
Ed è proprio qui che la mindfulness incontra la fame emotiva: non nella ricerca della perfezione, ma nella possibilità di diventare lentamente più presenti a noi stessi.
Perché quando iniziamo a riconoscere ciò che sentiamo, spesso il cibo smette gradualmente di essere l’unica voce capace di parlare al posto delle nostre emozioni.
Riferimenti
Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., & Way, B. M. (2007). Putting feelings into words: affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological Science, 18(5), 421–428.
Creswell, J. D. (2017). Mindfulness Interventions. Annual Review of Psychology, 68, 491–516.
Pinna, F., Manchia, M., Paribello, P., Carpiniello, B. (2015). The impact of alexithymia on treatment response in psychiatric disorders: a systematic review. Frontiers in Psychiatry, 6, 1–16.
Vivere momento per momento di Jon Kabat-Zinn, Tea Edizioni.