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Emotional eating: in cosa consiste davvero?

fame emotiva massimo tomassini Nov 10, 2021
Breaters_Emotional eating: in cosa consiste davvero?

“Le emozioni determinano la qualità delle nostre vite... Possono salvarci la vita ma possono causarci gravi danni. Possono spingerci a comportarci in modi che pensiamo siano realistici e appropriati, ma possono anche portarci a fare cose delle quali poi ci dovremo pentire amaramente”.

Con queste parole si avvia Emotions Revealed. Understanding Faces and Feelings,  un libro che ha fatto epoca, scritto da Paul Ekman, antropologo e psicologo, a lungo docente della University of California Medical School.

Poche parole che ci ripetono qualcosa che tutti sappiamo da sempre: dobbiamo in primo luogo “guardarci da noi stessi” nel doppio senso che “in noi stessi c’è qualcosa che ci può minacciare” e soprattutto che “dobbiamo guardare dentro di noi da soli, con le nostre forze”.

 

Proteggerci da noi stessi? 

Queste istanze sono ambedue difficili a causa del fatto che le emozioni si manifestano in un gioco molto complesso di pesi e contrappesi, di fattori coscienti e di fattori inconsci, di aperture e chiusure rispetto alla coscienza che le riflette.

 

La vita è fatta di emozioni

La vita umana è, da questo punto di vista, fatta di emozioni che lavorano continuamente, in modo scoperto e violento, come in un improvviso scoppio di rabbia, o al contrario sottile e nascosto, come un’angoscia latente che ci portiamo appresso tutta la vita e che riusciamo a malapena a intuire, salvo patirne ogni giorno gli effetti.

E quindi possiamo vederci come il terreno di una continua alternanza e bilanciamento tra diverse emozioni ovvero tra emozioni e tendenze “razionali” che tendono a coltivarle o, viceversa, a controllarle e reprimerle.

Leggi anche: Fame emotiva: da quali stress è causata? 

 

Coltivare le emozioni o reprimerle?

Molte filosofie e scienze in epoca moderna si sono caratterizzate per essere, a loro modo, eredi degli imperativi e dei pregiudizi che sono stati dominanti per secoli riguardo alle “passioni” e alle necessità di  contenerle. 

Una manifestazione estrema – certamente non l’unica – di questa attitudine si è avuta con le scuole behavioriste dominanti a metà Novecento, le quali hanno fatto di tutto per eliminare il discorso sulle emozioni dallo studio e dall’intervento sui “comportamenti razionali” riducendole al ruolo di disturbi o patologie.

 

Provare emozioni è una malattia? 

In un prossimo articolo converrà dire qualcosa sui diversi approcci che – dall’interno del behaviourismo, al momento in cui ha cominciato a essere colonizzato dal cognitivismo – hanno progressivamente preso contatto con le emozioni fino a farle diventare, in alcuni approcci, un tema prevalente, articolato in diverse diramazioni.

Il mindful eating, nelle sue forme più codificate, è uno dei dei prodotti più tipici di questa evoluzione, connotato come insieme di visioni sul fenomeno del “mangiare”  in termini  di emozioni e non di “disturbi”.

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Come riconoscere le emozioni legate al cibo per smettere di mangiare in modo automatico

Nell’approccio mindful eating il fondamento della “cura” è il riconoscimento dei processi emozionali sottostanti al mangiare compulsivo da parte degli stessi soggetti delle emozioni. 

La cura non è quindi “terapia” (anche se può essere accompagnata da interventi terapeutici) ma “cura di sé” che i diretti interessati possono mettere in campo attraverso lo sviluppo della consapevolezza riguardo ai propri comportamenti alimentari e al retroterra emozionale su cui si fondano.

Leggi anche: Quando ti senti stressato o stressata mangi di più?

 

Cos’è davvero il Mindful eating 

Il mindful eating  è dunque un processo in cui il soggetto non demanda il problema ad altri (terapeutici e tecnici dell’alimentazione) ma lo prende direttamente in carico, accettando un aiuto (né terapeutico né tecnico) da chi può allenare a pratiche di auto-sviluppo della consapevolezza basate sull’auto-osservazione del corpo, delle sensazioni, degli stati emozionali.

In questo senso il mindful eating è un processo di emotional eating  dal momento che nel mangiare si manifesta l’effetto potente di emozioni che vi si esprimono. Un processo che verte sulle emozioni in quanto tali facendole diventare qualcosa che va consapevolmente interrogato e compreso.

 

Comprendere le proprie emozioni anziché reprimerle

Il meditare, in fondo, non è altro che auto-interrogazione e spinta a “comprendere” le proprie emozioni,  in una chiave non cognitiva ma compassionevole, frutto di un salto di visione di sé in senso olistico capace di realizzare la coesistenza inscindibile di corpo e mente e la continua interazione funzionale tra i due. 

Leggi anche: Perché si parla tanto di consapevolezza?

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