Perché i farmaci che "tolgono la fame" non curano la fame emotiva
Jan 18, 2026
Foto di: Myriam Zilles
Farmaci dimagranti e terapie oggi di moda promettono di spegnere l’impulso, ma ignorano il significato profondo della fame emotiva. Ecco cosa accade quando eliminiamo il sintomo senza ascoltare il segnale.
Quando la “soluzione” diventa una scorciatoia
Negli ultimi tempi stanno tornando con forza le scorciatoie.
Farmaci che “tolgono la fame”, terapie che promettono di spegnere l’impulso, soluzioni rapide che rassicurano perché evitano la parte più scomoda: sentire.
Il messaggio implicito è chiaro: il problema va eliminato, non ascoltato. Il sintomo va tolto di mezzo, non compreso. E così, ancora una volta, il contatto con sé stessi viene rimandato, anestetizzato, delegato a qualcosa che promette sollievo senza attraversamento.
Il punto è semplice, e spesso ignorato: quando si toglie il sintomo senza ascoltarne il significato, si perde ciò che nel sintomo è più prezioso e utile alla guarigione: il segnale che ci dà.
Quando il cibo non è il problema
Chi vive la fame emotiva spesso è convinto che il nodo sia il cibo. In realtà, come ho approfondito in questo articolo del blog, il cibo quasi mai è il problema: è una risposta al problema. Leggi anche: Fame emotiva: perché il cibo non è il problema (e cosa c’entra la mindfulness)
L’impulso che ci spinge al cibo è risposta rapida, accessibile, efficace nel breve termine, a qualcosa che non trova spazio altrove.
Togliere il cibo senza interrogarsi su ciò che stava coprendo equivale a togliere un tappo senza voler guardare cosa c’è sotto. Non è guarigione, è rimozione.
Il cibo come sedativo emotivo
Dal punto di vista del sistema nervoso, la fame emotiva nasce spesso in condizioni di stress prolungato, sovraccarico, pressione interna o relazionale.
Quando l’attivazione è troppo alta, il cervello cerca una via rapida per abbassare la tensione.
In questo senso il cibo funziona come un sedativo emotivo.
Ne parlo in modo approfondito qui, affrontando il tema del trauma, della memoria corporea e dell’autoregolazione: Quando il trauma si siede a tavola con noi: perché il cibo diventa un sedativo emotivo.
Non si tratta di mancanza di volontà. Quello che si attiva in noi è un meccanismo di sopravvivenza.
Perché spegnere l’impulso non insegna a vivere
Il problema delle terapie che “spengono” l’impulso è che funzionano proprio perché promettono sollievo senza attraversamento. Ma così rinforzano l’evitamento.
Se ogni volta che qualcosa pesa lo silenzio chimicamente o meccanicamente, il sistema nervoso non impara mai che può restare presente senza collassare.
Non si costruisce autoregolazione. Si costruisce ulteriore dipendenza dall’anestesia. E un’altra illusione di guarigione “miracolosa” quanto passiva.
Gli stress che alimentano la fame emotiva
La fame emotiva è spesso legata a stress ben precisi: ritmi insostenibili, richieste interiori eccessive, mancanza di confini, pressione sociale, solitudine emotiva.
Non a caso questi fattori emergono con chiarezza quando si va a fondo. Ne parlo anche in: Fame emotiva: da quali stress è causata?.
Eliminare il sintomo senza modificare il contesto interno ed esterno che lo genera significa lasciare intatta la causa.
E quando la causa resta, il disagio trova sempre un altro modo per farsi sentire.
Perché all’inizio sembra di stare peggio
C’è un passaggio che spaventa molto chi prova a smettere di anestetizzarsi con il cibo:
all’inizio sembra di stare peggio. Tutto pesa di più. Le sollecitazioni della vita diventano più intense.
Questo non è un segnale di fallimento.
È l’effetto prevedibile della rimozione di una strategia che, nel bene e nel male, teneva sotto controllo l’attivazione interna.
Senza anestesia, ciò che era coperto torna a farsi sentire.
Ed è qui che molte persone tornano indietro, convinte di aver sbagliato strada.
Imparare a stare, non a spegnere
In realtà, ciò che davvero serve imparare non è resistere di più, né trovare l’ennesima tecnica per bloccare l’impulso.
Serve imparare a stare.
Stare con i segnali del corpo prima che diventino ingestibili.
Dare spazio a ciò che chiede attenzione, invece di spegnerlo.
Solo così, nel tempo, si impara a non rispondere automaticamente con il cibo alle sollecitazioni emotive della vita.
La fame emotiva come linguaggio
Le scorciatoie farmacologiche trattano la fame emotiva come un errore da correggere.
Ma la fame emotiva non è un difetto.
È un linguaggio.
Parla di bisogni non ascoltati, di carichi eccessivi, di emozioni che non hanno trovato un luogo sicuro in cui essere accolte.
Cancellarla senza comprenderla significa perdere una possibilità di trasformazione.
Le scorciatoie sono illusorie
Non esistono scorciatoie che portino davvero fuori dalla fame emotiva.
Esistono solo tentativi più o meno sofisticati di non sentire, di spegnere ciò che preme, di rendere silenzioso un corpo che continua a parlare.
Spegnere il sintomo può sembrare una soluzione ragionevole, soprattutto quando la fatica è tanta e il desiderio di sollievo immediato è comprensibile. Ma ogni volta che anestetizziamo ciò che sentiamo, rinforziamo l’idea che quel sentire sia troppo, sbagliato, pericoloso. E così ci allontaniamo ancora di più da noi stessi.
Ascoltare, invece, non è un gesto eroico né una scelta romantica. È un processo lento, spesso scomodo, fatto di piccoli atti di presenza ripetuti nel tempo. È imparare a restare nella propria pelle quando qualcosa pesa, senza correre subito a spegnerlo. È scoprire che il disagio, se non viene zittito, può trasformarsi, può dire qualcosa di essenziale sui nostri limiti, sui nostri bisogni, sui confini che non stiamo rispettando.
La fame emotiva, quando smette di essere trattata come un nemico da eliminare, diventa una soglia. Non qualcosa da cancellare, ma un passaggio che costringe a fermarsi, a rivedere il modo in cui viviamo, lavoriamo, ci chiediamo troppo, ci lasciamo poco spazio. Non promette soluzioni rapide, ma apre possibilità più profonde.
Ed è spesso lì, in quell’ascolto, imperfetto ma sincero, che lentamente qualcosa comincia a cambiare.
Riferimenti scientifici
Berridge, K. C., & Kringelbach, M. L. (2015). Pleasure systems in the brain. Neuron.
McEwen, B. S. (2007). Physiology and neurobiology of stress and adaptation. Annals of the New York Academy of Sciences.
Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and Commitment Therapy. Guilford Press.
Lane, R. D., et al. (2015). Emotional awareness and emotional regulation. Emotion Review.
Gilbert, P. (2010).