Ascoltarsi durante i pasti mette al riparo dalla fame emotiva

25 Ott , 2020 Il Percorso Breaters

Ascoltarsi durante i pasti mette al riparo dalla fame emotiva

Mangiare emotivamente è una questione di non ascolto, di non presenza. 

mangiatori emotivi, coloro che, cioè utilizzano il cibo per sedare le proprie emozioni o per sostenersi nell’attraversare le avversità della vita, hanno imparato a non sentirsi. 

Il cibo serve proprio ad attutire il sentire quando il sentire ci mette a disagio.

La fame emotiva o la fame nervosa non sono altro che un meccanismo di difesa, qualcosa che la nostra mente e il nostro corpo hanno imparato a mettere in atto per proteggersi dalle emozioni forti, quelle dalle quali temiamo di essere sopraffatti, quelle che siamo convinti di non saper affrontare.

Su questo argomento leggi anche: Quali sono le cause della fame compulsiva?

Per poter quindi disattivare la fame emotiva bisogna ritornare a “sentire”.

 

“Riabilitare” il sentire

 

Se il mangiare emotivamente è il mio modo di proteggermi dalla vita, separandomi dalle sensazioni e dalle percezioni, per evitare di farlo dovrò prima imparare a riconnettermi con me stessa/o, coi miei sentimenti, con le mie emozioni, col mio corpo, in particolare, che è dove tutto ciò si manifesta, per prima cosa.

Per non dover ricorrere al conforto del cibo emotivo dovrò “fare amicizia” con quelle sensazioni e quelle emozioni che cercavo così accuratamente di evitare al punto da averle rese estranee a me.

È per questo che un mangiatore emotivo usa il conforto del cibo o i comfort foods: perché sente di doversi proteggere dagli “attacchi” della vita e del mondo (e anche da quelli del proprio mondo interiore) e lo fa attraverso il piacere del cibo e l’effetto calmante che il cibo ha sul nostro sistema mente/corpo.

Quando mangiamo emotivamente non ci sentiamo. Anzi, mangiamo emotivamente proprio per non sentirci: per non sentire il nostro corpo, per non sentire le sensazioni disagevoli che stiamo avvicinando, per non provare le emozioni che ci fanno sentire indifesi e “scoperti”.

 

Il cibo è la mia coperta emotiva 

 

Per il mangiatore emotivo il cibo e l’effetto calmante che il cibo fa (oppure energizzante, in alcuni casi) è la coperta sotto cui seppellire le emozioni indigeste e le sensazioni disagevoli.

Ci disconnettiamo da noi stessi e ciò provoca una doppia analgesia, un doppio evitamento: non solo evito di sentire sensazioni ed emozioni sgradevoli, ma disimparo a sentire, visto che si manifestano nel corpo, anche segnali fisici come la fame e la sazietà, per esempio. 

Non so riconoscere quando ho fame e quando no, quando il mio stomaco è pieno, quando potrei dire basta e questo comporta che invece continui a mangiare anche quando la fame fisica sarebbe saziata, proprio perché la spinta a farlo viene dall’area emotiva.

 

Non mangiamo per piacere ma per lenire il dolore


Spesso chi mangia in modo emotivo è convinto di essere goloso, o di essere un buongustaio ma non è così. Anzi, è vero il contrario: visto che utilizziamo il cibo come anestetico emotivo, perdiamo il gusto del cibo stesso, che diventa esclusiva “funzione” dell’effetto che ricerchiamo.

Deve aiutarci a non sentire i malesseri della vita o darci lo sprint per affrontarne le pressioni, quindi la questione della giusta quantità, della qualità e del gusto diventano elementi secondari.

 

Non sentiamo i sapori


Se i nostri sensi sono addormentati o annebbiati – è per questo che usiamo il cibo emotivo -, anche i sapori del cibo che mangiamo non saranno percepibili.

È il motivo per cui preferiamo i sapori forti, intensi a quelli semplici e naturali. Le cose molto dolci, o molto salate, ad esempio, o con dei sapori molto contrastanti come l’agrodolce.

 

Hai fatto caso che quasi tutti i cibi “spazzatura” hanno sapori molto decisi?


L’industria alimentare, uno dei primi motori economici al mondo, lo sa benissimo. Ecco perché i cibi industriali hanno sempre sapori molto incisivi, ecco perché quei cibi rispondono perfettamente alle esigenze della fame emotiva.

Perché il cibo possa essere un “diversivo” alle emozioni abbiamo bisogno che sia una esperienza sensoriale forte, per certi versi anche grossolana. 

E l’uso che ne facciamo ci costringe a preferire sempre la quantità alla qualità, la sapidità alla delicatezza: abbiamo bisogno di sapori molto marcati, proprio perché è ridotta la nostra capacità di sentire.

È un dato di fatto, un mangiatore compulsivo è il consumatore perfetto. E il quadro si completa quando si scopre che alcuni cibi (gli zuccheri in particolare) creano una dipendenza psicofisica.

Ecco il motivo per cui non riusciamo a smettere.

 

Uscire dalla trappola


È come se fossimo in trappola, dunque: da un lato il cibo ci protegge emotivamente, dall’altra ci tiene imprigionati in una dipendenza.

Come fare per liberarcene?

La consapevolezza come antidoto

Dal momento che usiamo il cibo per non sentire e che il non sentire è quindi sia causa che effetto della nostra dipendenza, l’unico antidoto, l’unico modo per uscirne è coltivare la consapevolezza.

Alcuni di noi dicono: ma io sono consapevole, per esempio, di mangiare troppo… Non è così semplice. Noi possiamo saperlo, ed è una consapevolezza cognitiva, ma possiamo lo stesso non riuscire a fermarci, perché il tipo di consapevolezza necessaria per rendere inattiva una dipendenza è la consapevolezza profonda

Che significa?

La consapevolezza cognitiva tende ad escludere la saggezza del corpo, si basa cioè più sui “dati” del pensiero. 

La consapevolezza profonda, invece, riunifica mente pensante e corpo e attinge a una saggezza intuitiva e inclusiva, più che analitica.

In altre parole la consapelezza profonda utilizza come campo l’esperienza reale nel qui e ora. Ovvero ciò che stiamo vivendo, ciò che stiamo sperimentando, senza giudizio e senza “memoria”.

 

Praticare l’ascolto attivo durante i pasti


Se sono abituata/o a mangiare non essendoci, se cioè l’uso che faccio del cibo è un uso “automatico”, che non risponde più alle reali esigenze del mio corpo, ma che è attivato da spinte emotive, posso ritrovare, attraverso l’ascolto attivo nella relazione col cibo, un equilibrio che vada al di là del tentativo di controllo o di costrizione. Leggi anche: Come tenere sotto controllo il desiderio di abbuffarsi.

Il Mindful eating (Mangiare in consapevolezza) si occupa proprio di ristabilire con il cibo e le sensazioni ad esso connesse una relazione fondata sulla consapevolezza profonda.

Che include sia l’aspetto sensoriale (sapori, odori, consistenze, fame, sazietà) sia quello emotivo (stati d’animo, emozioni, pensieri) direttamente o indirettamente correlati al cibo.

Mangiare in consapevolezza non è una tecnica, ma un modo nuovo di vivere la relazione con il cibo e con se stessi.

È una modalità inclusiva che tiene conto, appunto, di tutti gli aspetti che hanno reso disfunzionale il rapporto con l’atto del nutrirsi e che li ricompone, li ri-armonizza.

E si prende cura della persona nel suo insieme. Non più con l’obiettivo specifico di perdere peso, perché l’acquisire peso è l’effetto non la causa del problema, ma con l’intento di integrare e di prendersi cura di quelle fragilità emotive e di quelle vulnerabilità che accendono la fame nervosa. Leggi anche: Perché si parla tanto di consapevolezza.

Alimentarci in piena presenza e consapevolezza ci consente di costruire e sperimentare quell’equilibrio e quell’armonia nella relazione con il cibo che forse non abbiamo mai avuto.

 

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