Il nostro malessere non va in vacanza

20 Ago , 2019 Senza categoria

Il nostro malessere non va in vacanza

Il nostro malessere non va in vacanza

Le vacanze spesso sono sinonimo di relax e quindi di sgarri alimentari. Perché? Perché altrettanto spesso viviamo il nostro regolarci in maniera sana col cibo e con le bevande alcoliche o zuccherine come una restrizione, come un impedimento a poter essere “come gli altri”. Così, magari per mesi, stringiamo la cinghia, per essere più in forma quando ci mostreremo sulle spiagge (se pure lo facciamo) e poi, quando raggiungiamo il luogo destinato alle nostre vacanze, diamo per fatto il compito e ritorniamo alle nostre abitudini meno sane. Pensiamo: la vita è già così dura e avara di soddisfazioni, perché dovrei negarmi qualche innocente piacere in vacanza? E allora ricominciamo coi cocktails, con le patatine, coi gelati, col disordine. E quindi coi sensi di colpa, i malumori, il malessere che di solito ci accompagna.

C’è una cosa da sapere: per chi soffre di una relazione problematica col cibo e con se stesso, il piacere del cibo non sarà mai “innocente”. Soprattutto perché c’è una congenita incapacità a viverlo come tale. Chi è ossessionato da cibo e calorie vedrà sempre quel piacere come uno sgarro, un tradimento, l’esprimersi della propria colpevole debolezza. Il conflitto interno è quasi sempre impietoso e lacerante, da un lato si rivendica il diritto di concedersi quel piacere agognato, dall’altra l’inflessibile giudice interiore non si riposa mai, non concede sconti, la sua voce sgradevole accompagna ogni nostro sorso, ogni boccone, col suo: “hai sbagliato anche stavolta… lo vedi che non vali niente?”.

Non è così?

Ne vale la pena? Non sarebbe forse più onesto e semplice ammettere che questa “normalità” (esiste, poi?) non ci è data, se abbiamo questo disagio, nella relazione col cibo? Non sarebbe più saggio confrontarsi con questa realtà, anziché rifiutarla?

Quando frequentavo il gruppi di autoaiuto sui disturbi alimentari il mio sponsor mi insegnò un concetto semplice che ancora applico. “Il nostro malessere non va in vacanza”, mi diceva. Lui la chiamava malattia, in realtà. Che vuol dire questo? Che non devo considerare eccezioni alla cura che metto nell’occuparmi del mio equilibrio col cibo, che devo prendermi cura di re-imparare dalle fondamenta. Niente ferragosto, compleanni, occasioni speciali, ferie e vacanze. Per avere ragione della propria ossessione l’arma vincente è la regolarità. Eliminare cioè la possibilità di collegare l’uso del cibo a stati d’animo ed eventi esterni. Perché è lì che sta il nostro problema, nell’aver dato al cibo un potere che per natura non avrebbe, quello di consolarci, assisterci, confortarci, di darci quell’effimera parvenza di felicità che poi diventa la nostra condanna.

No, non ne vale la pena. A costo di ammettere di non essere “normali” in questo campo della nostra vita.

Ho fatto mia la massima del mio sponsor di allora e ho smesso di far dipendere la mia relazione col cibo dai miei stati emotivi e dalle circostanze. So che per star bene, per avere la mente limpida e libera, per prima cosa devo essere regolare e ordinato col cibo. E lo faccio. Il resto viene dopo. E pazienza se non mangio le torte di compleanno, mi sottraggo ai banchetti vacanzieri e rinuncio all’aperitivo sul bagnasciuga. Ho altri progetti per me: essere libero dall’ossessione del cibo e del peso. Assieme i miei amici, invece che con lo spritz e gli stuzzichini, brindo con la mia ritrovata serenità.

 


Ritrova l’equilibrio con il cibo e con il corpo.

Grazie al potere della consapevolezza.

PROVA GRATIS!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *