Si può essere gentili con un tiranno?

5 Ago , 2019 Senza categoria

Si può essere gentili con un tiranno?

Si può essere gentili con un tiranno?

Spesso mi sono poste domande su come intendere la gentilezza, qualità fondamentale per la pratica di consapevolezza, rispetto all’impulso che ci spinge al cibo.

Il tema di queste domande è più o meno sempre lo stesso: ma se mi sforzo, se devo combattere per rinunciare al cibo, non sono più gentile con me stessa o con me stesso. Cosa c’è di diverso dal fare una dieta?

Dipende da cosa intendiamo per gentilezza, per amorevolezza. Se questa diventa sinonimo di arrendevolezza o di condiscendenza, di “complicità” con l’uso improprio del cibo, commettiamo un errore di visuale.

Uso un paio di esempi per fare chiarezza. Una zebra può permettersi di essere gentile con un leone che vuole sbranarla?
Gli inglesi, durante la seconda guerra mondiale, avrebbero potuto essere gentili con Hitler che minacciava di invaderli e che li incalzava con bombardamenti a tappeto? Era un tempo per mediare, quello?

C’è una famosa battuta che disse il Primo Ministro inglese Winston Churchill in quel periodo in una riunione coi suoi alleati di partito che volevano percorrere la via diplomatica con la Germania: “non puoi trattare con una tigre quando la tua testa si trova nella sua bocca”.

Cosa vuol dire, gentilezza in questo senso? Essere gentili con noi stessi, alle volte, vuol dire essere disponibili alla lotta.

Riporto un brano del libro “Il cuore saggio” di Jack Kornfield. “Certi pensieri (e certe azioni dannose n.d.r.) andrebbero trattati con forza, a denti stretti, la lingua premuta contro il palato, con la determinazione a delimitare, schiacciare e sottomettere quei pensieri come si conviene a un criminale violento. In questo modo si diventa maestri del pensiero e dei suoi percorsi. In questo modo si diventa liberi”. Qui Kornfield cita direttamente un insegnamento del Buddha.

Il mio maestro di meditazione Vincenzo Tallarico, parlando di compassione, usò un apparente paradosso. Ci disse, lasciando la classe esterrefatta, che per lui rifornire di armi dei guerriglieri che combattono per la libertà, dei partigiani, è un atto spiritualmente compassionevole.

Proprio così, per avere ragione di un impulso distruttivo come quello di usare il cibo in modo che poi ci crea sofferenza non si può andare per il sottile. Occorre applicare misure straordinarie.

Gentilezza in questo caso vuol dire usare la forza contro il tiranno, vuol dire essere disposti a tutto per liberarsene.

La mia domanda di rimando, allora, è: cosa sei disposta/o a fare per non soffrire più a causa di questa relazione problematica col cibo? Hai messo in bilancio di dover combattere? O ti aspetti che rinunciare a ciò che ti ha dato conforto, sostegno, protezione (anche se è illusorio) sia facile e perfino piacevole?

Se è così sei fuori strada. Se ritieni che potrai rinunciare al cibo in eccesso solo nel momento in cui ci saranno le migliori condizioni per farlo, quando tutto sarà tranquillo e non ti peserà, stai coltivando un’altra illusione.

C’è uno sforzo “eroico” da fare ogni giorno, che è però pieno d’amore: rinunciare a ciò che ci fa soffrire nella prospettiva concreta e reale di una liberazione. Accettandone però le conseguenze, le difficoltà che comporta, compresa la sofferenza che dovremo attraversare per arrivare fin lì.

 


Ritrova l’equilibrio con il cibo e con il corpo.

Grazie al potere della consapevolezza.

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