Abitare se stessi per abbandonare la sofferenza

6 Mag , 2019 Senza categoria

Abitare se stessi per abbandonare la sofferenza

Per i primi quarant’anni della mia vita non ho vissuto a contatto con me stesso, credevo infatti che i miei pensieri e le mie sensazioni, ciò con cui mi identificavo completamente, fossero la realtà, l’unica possibile realtà.

Usavo il cibo per evadere da quella pressione continua che si produceva in me e che io amplificavo nel desiderio di fuga e di ribellione: non volevo stare con quelle sensazioni sgradevoli e non riuscivo ad acquietarle in nessun altro modo che sedandomi col cibo.

Quella sensazione di pace e di leggero obnubilamento che il cibo, durante la fase digestiva, mi garantiva rappresentava l’unica pacificazione che fossi in grado di raggiungere.

Per me mangiare per soffrire di meno era funzionale. Producevo troppi giudizi, troppi pensieri, che si traducevano in sensazioni angosciose e sgradevoli, il cibo mi aiutava a dimenticare questo incessante lavorio per un po’, a “far finta di niente”.

Purtroppo però il beneficio era momentaneo e in più produceva un doloroso effetto collaterale: una volta esaurito l’effetto generava in me altra sofferenza, sotto forna di senso di colpa, disistima, insoddisfazione, disprezzo.

Ero in trappola, non sapevo come uscire da questo vero e proprio inferno.

A un certo punto però la sofferenza è stata troppa, mi sono reso conto che il cibo non riusciva più a coprirla e a nasconderla e, allora, spinto forse dalla disperazione, ho cambiato strategia.

Ho cominciato ad avvicinarmi alla pratica meditativa, che si basa sul desiderio di ogni essere umano di liberarsi dalla sofferenza in modo saggio. E la soluzione che cercavo ha iniziato a manifestarsi. Innanzi tutto ho compreso che io stesso ero causa della mia sofferenza e che, per abbandonarla, dovevo necessariamente abbandonare quel cortocircuito fatto di identificazione coi miei pensieri e ritrovare il contatto con la realtà attraverso a concretezza del corpo.

La pratica mi ha insegnato a sentire cosa ci fosse realmente dentro di me, a dare un nome, un luogo e una collocazione fisica a quanto stessi provando e a riconoscere la finitezza e l’insostanzialità di una sofferenza che prima mi sembrava infinita.

Ho scoperto che ciò che provavo non era tutto me stesso, che c’era la possibilità di mettere dello spazio, dell’ampiezza, tra me e le mie sensazioni spiacevoli e disturbanti. Che c’era qualcosa oltre, un’orizzonte meno buio. Osservandole ho potuto sperimentare che avevano un’inizio e una fine e che potevo starci a contatto, accettandole con gentilezza, senza fuggire.

È stato questo che mi ha reso in grado di rinunciare all’effetto calmante e gratificante del cibo, solo questo nuovo atteggiamento mi ha consentito di sostenere la frustrazione di smettere di appoggiarmi a quella stampella che mi aveva accompagnato da sempre nella mia convinzione di essere inadatto a sostenere le pressioni della vita.

Grazie alla pratica ho appreso il coraggio come espressione di forza di un cuore gentile e la responsabilità di occuparmi in prima persona del mio benessere in tutti i campi della mia vita senza ricorrere a imposizioni esterne o a restrizioni forzate.

E così i miei 60 chili di troppo se ne sono andati senza fare diete e non sono più tornati…
Breaters nasce dal desiderio di condividere questa esperienza con chi sta ancora soffrendo.


Ritrova l’equilibrio con il cibo e con il corpo.

Grazie al potere della consapevolezza.

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