Se il piacere diventa l’antidoto al dolore, abbiamo un problema

7 Set , 2018 Senza categoria

Se il piacere diventa l’antidoto al dolore, abbiamo un problema

La dipendenza da cibo è cercare di curare il dolore col piacere

Chi non riesce a smettere di mangiare in eccesso non è un incapace o un individuo privo di forza di volontà, è un dipendente, ha una dipendenza.

Dipende, in primo luogo da una sostanza, il cibo (non tutti i cibi, solo quelli che hanno particolari effetti gustativi e psicologici), ma soggiace anche a una modalità di relazione col cibo.

Il cibo crea due tipi di dipendenza

Il cibo, per un mangiatore compulsivo, è allo stesso tempo oggetto e soggetto della dipendenza. Oggetto come materia inerte, soggetto come ossessione, pensiero costante, condanna.

Dipendere dal piacere

La dipendenza principale di cui soffre, però, chi si rifugia nel cibo è quella dal piacere.

Per chi mangia compulsivamente il piacere (del cibo e non solo) è diventato l’antidoto alla sofferenza.

Un mangiatore compulsivo è una persona che ha imparato a proteggersi dal dolore utilizzando una strategia che preveda di contrapporgli il proprio opposto.

La sofferenza e il dolore, dunque, sono sublimati attraverso un piacere (quello del cibo è un piacere primario) che rappresenta – neppure troppo simbolicamente – la sopravvivenza, l’accudimento, la cura “genitoriale”.

“Curare” il disagio col cibo

Ogni disagio, in un dipendente da cibo, si cura col cibo. Anzi no, non è esatto: si cura con l’effetto che fa il cibo, con quel caldo (e momentaneo) ristoro che mettere in bocca qualcosa di saporito e appetitoso ci offre. Con quel senso di protezione e di riparo dalla vita che un cibo gustoso può concedere.

Il gustoso diventa la cura del disgustoso, creando un’equivalenza che non è solo ingannevole, è distruttiva. Anche perché il piacere/rifugio che il cibo può regalare, quell’oblio di pseudo piacevolezza che sembra essere la cura al dolore, è effimero, non ci mette al riparo dalla sofferenza del vivere che per qualche attimo. E allora dobbiamo replicare l’azione di fuga, tutte le volte che le cause della sofferenza si ripresentano. Ed ecco la dipendenza.

Il rapporto tra piacere e dolore

Se sul dizionario dei sinonimi e del contrari cerchiamo l’opposto della parola piacere troviamo come primo risultato dispiacere e poi dolore. Dunque, anche da un punto di vista lessicale, nella nostra lingua il piacere diviene il rimedio per il dolore.

Mangiare in eccesso è un “suicidio parziale”

Scrive Carl Gustav Jung: “Chi rinuncia al rischio di sperimentare la vita deve soffocare in se stesso il desiderio di vivere e commette quindi una specie di suicidio parziale”.

Non credo ci sia una definizione migliore del meccanismo che mette in atto chi mangia compulsivamente. Suicidio parziale, lo definisce Jung.

Vi ricordate la definizione piena di pudori ottocenteschi dell’orgasmo femminile? Piccola morte. Ecco, la descrizione si attaglia benissimo all’effetto del mangiare su un compulsivo, anche tralasciando gli effetti chimici che l’assunzione di certi cibi hanno sul cervello.

Utilizzare il cibo per lenire la sofferenza del vivere è commettere più e più volte un suicidio programmato. Un suicidio che un Io incastrato nell’infanzia impone a un Io adulto ancora non formato.

Pinocchio e la Fata Turchina

La medicina è amara, non la voglio, dice Pinocchio alla Fata Turchina.

Ma ti fa guarire, gli risponde lei.

Non mi importa, dice Pinocchio, disobbediente.

Morirai. Lo ammonisce la Fata.

Non mi interessa. Risponde ancora lui.

Questo dialogo, ricostruito a memoria, è un esempio di psicologia dipendente.

Il cibo mi fa stare al sicuro?

Chi dipende da una sostanza non è in grado di affrontare la possibilità di separarsene proprio perché vede in essa la salvezza dal dolore, reputandosi incapace di sopportarlo senza questo genere di “sostegno”.

Finché questa convinzione resta radicata in noi, non ci sarà possibile liberarci da quell’abitudine distruttiva che, promettendoci l’incolumità, in realtà avvelena la nostra esistenza.

Fuggire la sofferenza è un’illusione, lo dice il filosofo Seneca

Anche perché, come dice Seneca: “A che serve appartarsi? Come se i motivi di preoccupazione non ci seguissero anche al di là del mare. C’è forse un nascondiglio in cui non entri la paura della morte? Un luogo tanto difeso e fuori mano dove si possa vivere tranquilli senza temere il dolore? Dovunque ti nasconderai, i mali dell’uomo ti circonderanno col loro strepito”.

Tanto vale rendersi abili a convivere con questi mali.

Liberarsi da una dipendenza, in fondo, non è che accettare di diventare adulti.


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