La libertà e la regola.

7 Set , 2018 Senza categoria

La libertà e la regola.

La regola come libertà, non come costrizione

In questo periodo, durante il quale, stimolato dal lavoro con le persone che si rivolgono a me per risolvere un rapporto conflittuale col cibo, rifletto sul tema di come essere in relazione con la Regola, con la limitazione del proprio campo d’azione, sto leggendo I fratelli Karamazov di Dostoevskij.

Uno spunto ne I fratelli Karamazov

Un passaggio del romanzo in cui si parla della relazione tra un monaco novizio e il suo maestro, lo starec, che è definito come chi “prende la vostra anima e la vostra volontà nella sua anima (più capiente n.d.r) e nella sua volontà”, mi offre lo spunto che andavo cercando.

A parte il rapporto tra maestro e discepolo, che in ogni cultura orientale è volutamente sbilanciato e fatto di pura abnegazione da parte del discepolo nei confronti del maestro, ciò che vorrei mettere in risalto è l’importanza di assumere come stile di vita, per liberarsi dall’ossessione del cibo, una regola non negoziabile.

Il che non vuol dire, come spiega in modo sublime Dostoevskij, rinunciare alla Libertà. Anzi. Ecco cosa dice a questo proposito lo scrittore russo nel brano che mi ha ispirato.

“Questo cimento, questa tremenda scuola di vita a cui ci si vota la si accetta volontariamente, nella speranza, dopo una lunga prova, di avere la meglio su se stessi, di dominarsi al punto da poter finalmente raggiungere, attraverso l’obbedienza di tutta una vita, la libertà assoluta, ovvero la libertà da se stessi, di eludere la sorte di chi ha vissuto tutta una vita, ma in sé, in se stesso, non ha trovato”.

È proprio questo genere di “spinta” all’obbedienza, solo apparentemente negativa, che mi ha salvato dall’ossessione del cibo in eccesso che per 40 anni mi aveva intossicato la vita.

La trappola della comodità e del “senza fatica”

Non credete a chi vi propone guarigioni miracolose e senza fatica.

Non credete a chi vi parla delle regole come limitazione della libertà, a chi vi dice che bisogna sentirsi liberi per cominciare a smettere di mangiare in eccesso.

Nei miei primi 40 anni, anzi, la mia prigione è stata il cibo e il mezzo per chiudermici dentro è stata la sregolatezza.

Questo tentativo di prolungare a oltranza la ribellione dell’adolescenza.

A cosa sono allergici gli adolescenti, esattamente come i compulsivi che si rifugiano nel cibo per sottrarsi al dolore di vivere?

Alle regole.

Combattere le regole significa per un adolescente (come per un compulsivo) non voler smettere di sentirsi onnipotente, in altre parole rifiutare la finitezza che si manifesta, nella vita di ogni essere umano, con la paura della morte.

Ogni dolore, ogni frustrazione, è infatti una piccola morte. Che un compulsivo non è in grado di sostenere e di elaborare.

Morire (metaforicamente) per rinascere

Nel Vangelo di Giovanni, citato da Dostoevskij proprio nel frontespizio dei Karamazov, è scritto: “In Verità, in Verità vi dico: se il chicco di grano, caduto nella terra, non muore, allora resterà solo; ma se muore, allora darà grande frutto”.

Liberarsi dal cibo in eccesso, dal cibo usato come compensazione al dolore, passa, come ci suggerisce Dostoevskij, dal far morire quella parte di sé che ci impedisce di liberarci di noi stessi.

Il nemico numero 1 del regolarsi col cibo non è, infatti, come si crede, la “gola” o una generica mancanza di “forza di volontà” o autocontrollo, ma l’affrontare l’esistenza in modo ostinatamente egoico.

È una visione egoica che ci impedisce di abbandonare i vecchi schemi distruttivi

L’ego non è un nemico, in effetti, è l’attaccamento alla visione egoica che si trasforma in un ostacolo spesso insormontabile.

Il vero nemico è l’incapacità di uscire dalla nostra visione delle cose, dal “si fa così perché l’ho sempre fatto così”. Anche quando non funziona, anche quando mi fa soffrire o mi distrugge.

A che serve dunque la regola? Il piegare la testa e accettare di fare qualcosa che normalmente non farei, che non mi fa stare comodo?

A crescere. A diventare adulti. A sperimentare la scomodità, che è proprio la condizione umana che un dipendente, un compulsivo, rifiuta.

È necessario “allenare la frustrazione”, imparare a stare con il disagio che ciò comporta.

Solo così ci si potrà davvero sbarazzarare dalle azioni distruttive, automatiche e irrefrenabili, che ci hanno portato a un uso smodato del cibo.

Chi si riconosce in un atteggiamento compulsivo, deve anche ammettere di non essere in grado di potersi “amministrare” liberamente. Un dipendente è una persona da “tutto o niente”, da “o lo faccio perfetto o non faccio nulla”.

Per questo, più di chiunque altro, proprio per essere libero dalle proprie ossessioni, un compulsivo ha bisogno di una regola ferrea e inderogabile. Anche se non per questo castrante e punitiva.

Regole ferree con gentilezza

La gentilezza, la comprensione della necessità della regola stessa, la consapevolezza della propria condizione d’impotenza di fronte al cibo, possono trasformarsi negli ingredienti vincenti per liberarsi definitivamente da una malattia cronica (perché di questo si tratta) che rende l’esistenza di chi ne soffre una prigione oscura.

La libertà assoluta – come dice Dostoevskij – non può che passare da un “cimento”, da una “scuola di vita” tremendi solo in apparenza. Ma che in realtà ci affrancano e ci restituiscono la gioia di vivere.

Io, per esperienza, vi garantisco che è così.


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